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Fluidità spazio-temporale

Ha inaugurato sabato 8 febbraio, presso lo spazio Metronom a Modena, la prima personale in Italia dall’artista Esther Mathis, classe 1985. Curata da Angela Madesani, questa mostra, dal titolo Era fluido, ripercorre lo studio e la poetica della giovane artista svizzera, con opere prodotte dal 2011 a oggi, tese tra l’installazione processuale-concettuale e la tradizionale esposizione fotografica.

L’interesse dell’artista, infatti, è rivolto alla rappresentazione dell’indagine prettamente fisica dei fenomeni naturali e della materia e, al contempo, alla loro trasmutazione in elementi psicologici ed emotivi nell’atto di esperirli. Quelle che appaiono come fotografie fredde e dure di paesaggi invernali, nebulosi, dove la dura roccia incombe sull’immagine, diventano uno specchio interpretativo dei sentimenti che vivono e intercorrono tra la visione e l’esperienza umana di tali situazioni. La fotografia nell’opera di Esther Mathis, è il mezzo prescelto per sospendere e archiviare determinati attimi e sensazioni, sguardo che rimanda a un romanticismo tipico della cultura e storia dell’arte tedesca: perdita, mancanza, esistenza effimera si contrappongono così alla verità della fisica dei corpi. In questo modo nascono i dittici, dove l’osservazione intimista della natura (sia questa una nuvola che si sta posando su un terreno roccioso o un cielo stellato) si contrappongono e dialogano con quelli che sono sezioni parti tangibili della realtà stessa, come i capelli dell’artista, chiusi sotto vetro, pronti per essere catalogati.

L’arte permette questa magia di mescolare le carte e creare mondi dove inventare nuovi universi di senso e nuove possibilità di incontro, come nell’opera-installazione 17mm; un vero e proprio universo dentro un barattolo di vetro, dove viene sintetizzata l’attrazione tra due poli che, anche se in un minuscolo spazio, riescono ad attirare a sé tutta la materia che sta all’interno del vaso. Così come non è un caso che, lungo le bianche pareti dello spazio espositivo si incontrino piccole e discrete frasi anonime che l’artista ha trovato su diversi blog e siti internet: lo svelamento della propria intimità e delle proprie domande, verso un universo di intangibili e infinite risposte. L’esperienza del mondo non solo attraverso la parola e l’archiviazione fotografia, ma anche attraverso l’accumulo di quella stessa materia che compone l’atmosfera: polveri, minuscoli granelli, smog (ma anche una goccia di sangue o un singolo capello), diventano la testimonianza del passare del tempo e dello spazio, attraverso un vetro lasciato in balia degli eventi e che, una volta sviluppato, rivelerà un cielo stellato di piccoli attimi di realtà. Era fluido: un determinato tempo e spazio, che si modifica e prenda forma a ogni diversa esperienza; fluido plasmabile e mai immobile, che nel divenire è già passato.

Fino al 29 marzo, Metronom, viale G. Amendola 142, Modena; info: www.metronom.it

 

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