Eventi

Pizzi fa rivivere Rossini

Un programma, quello della fondazione Arena di Verona, che non smette mai di stupire. Dopo il grande successo del Don Pasquale di Donizetti, che ha dato il via alla stagione opera e balletto 2014, in questi giorni debutta, sempre al teatro Filarmonico, L’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini. La più rappresentativa delle sue opere comiche, viene proposta dopo 16 anni di assenza dal teatro scaligero e per la prima volta nell’allestimento del Circuito lirico lombardo, per il quale il maestro Pier Luigi Pizzi ha ideato regia, scene e costumi. Uno dei tre lavori più conosciuti di Rossini, insieme al Guglielmo Tell e il Barbiere di Siviglia, scritto in meno di tre settimane, fu commissionato da Giovanni Gallo, impresario del teatro San Benedetto di Venezia. La prima, il 22 maggio 1813, è stata accolta con grande entusiasmo tanto da ripetersi in scena per oltre un mese e poi riscuotere successo in tutto il mondo. Lo straordinario allestimento è ideato da Pizzi nei primi anni ’90 e presenta un’ambientazione arabesca e coloratissimi costumi dal sapore mediorientale, fin dalla scena iniziale che sembra svolgersi nei pressi di un bagno turco.

La classicità dell’opera è al centro dello studio progettuale, lasciando inalterata la realtà scenica che assolutamente non deve inginocchiarsi alle improbabili richieste di modernizzare ciò che in effetti rimane intramontabile. Se da un lato rendere, attuale, contemporanea un’opera incuriosisce il grande pubblico e probabilmente porta un maggiore clamore mediatico, dall’altro spezza quella linea che la rende un continuum culturale dalla sua nascita a oggi. «Attualizzare – ci dice Pier Luigi Pizzi – è una parola molto vaga e difficile da applicare. Prima di tutto non può essere sistematica, è possibile quando l’opera si presta e lo consente, in molti casi è completamente ridicolo. L’attualizzazione è diventata una sorta di moda e seguire la moda, in ambito artistico, è deleterio, sappiamo benissimo che la moda non dura nel tempo, al contrario dello stile che non svanisce e rimane. Un’opera – continua il maestro – va interrogata per capire cosa ci racconta e legarla al nostro vivere ma non vuol dire che in un lampo debba indossare un costume moderno. Perché, ad esempio, il Don Carlos di Verdi deve vestire in jeans? Non c’è una ragione. Se c’è un’attualità nell’opera avviene per confronto. La solitudine di Elisabetta si rapporta alle solitudini di oggi ma senza abiti contemporanei in scenografie moderne».

La vicenda di Rossini descrive del Bey Mustafà che, stanco della moglie Elvira, decide di ripudiarla per darla in sposa a Lindoro, il suo schiavo italiano; nel contempo ordina al capitano dei corsari, Haly, di trovargli una donna italiana per il suo harem. Proprio in quel momento naufraga, vicino Algeri, una nave veneziana con a bordo una bellissima italiana, Isabella, partita alla ricerca dell’amato Lindoro. Il regista dichiara subito la morale data all’opera dal compositore pesarese: alla sua prima apparizione Isabella prende in mano una frusta, sottolineando il suo ruolo di dominatrice della scena e protagonista indiscussa dell’azione. L’opera si snoda quindi tra le astuzie e le arti seduttive che la donna metterà in atto per sfuggire alle grinfie del Bey e fare ritorno in patria con l’amato e gli schiavi italiani. In scena vedremo nel ruolo dell’arrogante Mustafà Mirco Palazzi e Abramo Rosalen e per la prima volta con i complessi areniani, Alida Berti nella moglie Elvira. Lo schiavo italiano Lindoro sarà interpretato da Anthony Koroneos in alternanza a Daniele Zanfardino, entrambi debuttanti al Filarmonico, mentre torna per vestire i panni dell’amata Isabella, Marina De Liso e Silvia Beltrami. Nel ruolo del compagno Taddeo vedremo alternarsi Filippo Fontana e Nicolò Ceriani, la serva Zulma sarà Alessia Nadin, mentre il capitano Haly Federico Longhi. Sul podio dell’orchestra areniana il maestro Francesco Lanzillotta.

Che Verona, passo dopo passo, si ripulisca dalla polvere dittatoriale del bigotto tradizionalismo provinciale, lo ha dimostrato più volte, grazie sopratutto alle scelte coraggiose ma necessarie del direttore artistico della fondazione Arena, Paolo Gavazzeni. Oltre ad aver coinvolto grandi nomi della lirica mondiale e dare vita ad una perfetta fusione tra ieri e oggi, ha dimostrato capacità di equilibrio stilistico in un mondo, quello classico, che spesso traballa su se stesso, sconvolto da inquietudine, paure e poca, se non scarsa, capacità di interiorizzare le richieste culturali. «Molti direttori artistici e registi – ci dice il maestro Gavazzeni – sentono il bisogno di modernizzare un titolo, perché in fondo non credono in quell’opera. Ogni teatro, ogni realtà classica oltre ad avere storia e tradizione, ha una propria vocazione che va studiata, approfondita e assecondata. Sono convinto che l’opera lirica deve andare incontro ai gusti del pubblico accompagnandolo, al tempo stesso, in un percorso di conoscenza. In questa stagione, ad esempio, alcuni tra i titolo più amati del repertorio classico sono riproposti con un altro sguardo, quello di uno spettatore che sa osservare consapevole dell’evoluzione artisco-culturale. Una ricerca, la nostra, che ha coinvolto anche la danza, come con lo Schiaccianoci à la carte, Barocco remix e Il lago dei cigni».

Oggi più che mai il pubblico ha bisogno di vivere una vita idilliaca e l’arte, in tutte le sue sfaccettature, riesce nella difficile prova di allontanare le negatività del quotidiano lasciando solo quel dolce sapore del bello senza però anestetizzare il cervello, che cade in un vortice positivo di domande, speranze, illusioni e profumi del sapere. «Non va cancellato il fascino, la magia del teatro lirico – sottolinea Pier Luigi Pizzi – è anche quello parte integrante di un’opera. A teatro si va per sognare, non vivere una realtà povera e meschina. Si deve andare a teatro con la passione nel cuore e i migliori critici sono gli spettatori stessi. Purtroppo, talvolta noto un pubblico assente che vive un’esperienza esaltante in modo passivo, apatico: attende la fine per l’applauso e poi scappare senza discussioni e confronti costruttivi. È fondamentale che cresca dentro di noi un senso di curiosità, di amore e un forte desiderio di incontrare l’arte».

Commenti

  • Christian von Donat

    Finalmente anche sulla mia rivista preferita d’arte contemporanea di scrive e si parla di musica, quella “colta”, quella che non ci abbandonerà mai! Pure la musica è espressione innegabile d’arte e di cultura, che eleva lo spirito portandolo ad una dimensione altrimenti inarrivabile. Plausi alla redazione per questa scelta e al valente Migliaccio (che leggo sempre con attenzione e curiosità).

  • Ralph Hall

    Era ora si parlasse della classe quella vera !

    Ralph Hall