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Dibattito sul sistema cultura

Dibattito acceso e ricco di spunti di riflessione, quello che si è tenuto ieri alla sala Leonardi Buontempo del Maxxi sul tema Arte italiana e i musei, realtà e prospettive. Tanti gli invitati, tra artisti, direttori di fondazioni e curatori, a dire la loro sul tema, ove, come in una commedia pirandelliana, ciascuno ha recitato la parte dell’altro, mistificando, agli occhi del pubblico, un curioso gioco delle parti. Tra le voci piú forti quelle degli artisti che, trovandosi ormai ad affrontare una piena crisi d’identità, hanno messo sul tavolo una serie di richieste/proposte, palesando la propria vocazione come insegnanti o persino come operatori sociali; piú sommesse le posizioni di curatori e direttori di fondazioni, che, nell’elogiare le proprie capacitá come business-planner, hanno enfatizzato i migliori piazzamenti dei propri artisti. Con la cautela e la diplomazia che sempre accompagna i volti più istituzionali, si é infine potuto riscontrare l’ambivalente impegno delle Istituzioni in studi di mercato sui massimi sistemi dell’arte, in astratte strategie allocative per gli artisti italiani all’estero e le grandi ambizioni di rilievo internazionale. Del tutto marginali all’iter del dibattito questioni quali il merito, la bravura, le capacità e il valore, connotati che sempre più raramente emergono dai curricula degli artisti italiani alle prese con il mercato internazionale.

Il primo artista invitato a dire la sua sul sistema-museo-Italia, sollecitato dal morigeratissimo discussant Ludovico Pratesi, é stato Luca Trevisan, che, con grande onestá intellettuale, ha incitato i musei nazionali a fare mostre in cui possano essere inseriti anche artisti italiani giovani emergenti, abbandonando quella diffusa prassi di accogliere gli italiani solo se morti o già notissimi, tenendo invece la porta sempre aperta agli stranieri. Sintetiche e veritiere riflessioni, basti pensare all’attuale programmazione del Maxxi: Spalletti – Pesce – Ping, due over 75 e uno straniero. Senza cogliere la veridicità e la critica oggettiva, Pratesi ha incalzato Trevisan mettendo l’accento su una velata accusa di esterofilia. La parola è passata poco dopo a Marcello Smarelli, direttore artistico della fondazione Pastificio Cerere, che in uno sfogo di nostalgia comunista ha dichiarato tombale: «Il problema dell’arte italiana sta nel fatto che vi é poca solidarietà tra gli artisti giovani; ad esempio in Polonia non è così; il comunismo a differenza del cattolicesimo ha unito e portato tanti ad incontrarsi ed esser solidali. É chiaro che gli artisti non nascono dal nulla – prosegue – hanno bisogno di una struttura che li sostenga, in Italia questo aspetto va migliorato, altrimenti si ricade nell’annosa questione del sistema dell’arte». Dopo una serie di ulteriori dichiarazioni-testimonianza di virtuose comuni polacche, all’insegna della condivisione, viene chiamato poi a raccontare l’impegno del Pastificio verso le ultime generazioni; così Smarrelli abbandonando toni romantico-utopistici, tira fuori il pragmatismo di un broker di Wall Street (cit. The Wolf of) e dichiara «Il Pastificio aiuta gli artisti, li fa lavorare per 6 mesi in sede e per 3 a Parigi, in questo modo favorisce la loro internazionalizzazione. I risultati parlano, ad esempio Margherita Moscardini ne è la prova vivente, è stata da noi, ha beneficiato di una rete di contatti ed é stata poi coinvolta alla Biennale di Istanbul». E conclude: «Siamo soddisfatti perchè oggi Margherita dopo l’esperienza presso la nostra residenza continua a lavorare». La domanda mancata è “ma lavora anche bene?”. Insomma per il direttore del Pastificio il sistema dell’arte è efficiente se lo si valuta come un sistema economico di allocazione delle risorse.

A “conferma” delle parole di Smarrelli la parola viene ceduta proprio a Margherita Moscardini, la quale non sentendosi all’altezza di dare giudizi sulla situazione museale nazionale, decide di raccontare la sua esperienza fatta di “stipendi e relazioni” e proseguendo nella ricostruzione della sua giovane carriera «tutto quello che mi è arrivato dopo é nato da quella esperienza in residenza al Pastificio, mesi in cui con uno stipendio e uno studio ho potuto lavorare tranquilla, questo é dipeso di certo dalle persone incontrate ma anche dalla possibilità di lavorare per lunghi periodi, approccio diverso dalle esperienze brevi della Fondazione Spinola Banna ad esempio». Pratesi insiste nelle domande per sapere gli aspetti di internazionalità raggiunti attraverso l’esperienza Cerere, ma disarmante è la candida risposta della Moscardini «Con l’estero? A Istanbul mi sono confrontata con la diplomazia italiana di lì, non ho lavorato con istituzione per l’arte turche! Ho lavorato con collaboratori della Fondazione Maxxi, con Pippo Ciorra, e molti altri italiani impegnati nel progetto». Ebbene senza voler approfondire ulteriormente, la testimonianza successiva è stata richiesta a Franziska Nori, direttore del centro di cultura contemporanea Strozzina: «Con l’aiuto ibrido della fondazione Palazzo Strozzi, finanziato per metà da fondi pubblici e per metà fondi privati, l’obiettivo da noi perseguito è stato quello di creare progetti per giovani artisti, volti ad instaurare una rete internazionale. Inizialmente abbiamo trovato ai vincitori una residenza all’estero, poi abbiamo optato per offrirgli una pubblicazione, strumento quest’ultimo che abbiamo ritenuto forse più utile, perché consente di far circolare il loro lavoro». E ancora proseguendo nel descrivere le attività e gli obiettivi della Fondazione, ha aggiunto: «Le nostre mostre sono sempre collettive tematiche, che consentono il coinvolgimento di più artisti in dialogo fra loro su una determinata problematica rilevante a livello sociale»,«Non facile per gli artisti adeguarsi alla nostra struttura, infatti, abbiamo un cortile, che é quello del Palazzo che obbliga gli artisti a un difficile confronto”. Sui generis, l’intervento a seguire dell’artista Valerio Rocco Orlando, il quale preferisce leggere i suoi appunti piuttosto che parlare a braccio, annunciando di avere una proposta per le Istituzioni presenti e assenti “il mio approccio é sentimentale – esordisce- e lo è anche con le istituzioni. Ritengo che bisogna creare rapporti tra gli artisti e con le istituzioni pubbliche sul territorio. Le istituzioni hanno una responsabilità. Premetto che l’arte é un percorso di conoscenza e analisi, io mi ritengo fortunato poiché ho avuto la possibilità di andare in diverse residenze, persino a New York, dove Luca Trevisan lavorava tutto il giorno mentre io ero fisso negli studi degli altri. Queste esperienze servono molto agli artisti italiani, ma non sono ben incentivate”. Sollecitato da Pratesi, Rocco Orlando arriva al dunque “La proposta che vorrei fare oggi è questa, l’anno scorso mi sono confrontato con i malati di Alzheimer che visitavano la mostra della Gnam, un laboratorio che poi é stato importato dal MOMA di new York. Credo davvero che sia importante attivare insieme ad artisti giovani un dipartimento educazione, che non sia il semplice laboratorio, che coinvolga gli artisti nella didattica e non solo, operando un’opera collettiva che può essere creata da più mani insieme, ricreando ambienti di solidarietà sociale”. La proposta dell’artista è rimasta tuttavia pietrificata tra il silenzio emblematico di Anna Mattirolo, direttore del Maxxi arte e dunque teoricamente diretto interlocutore degli ospiti della serata, e la dotta lectio sulla pubblica amministrazione museale intrapresa a seguire da Angela Tecce, direttore del Museo Castel Sant’Elmo che ha capitolato dicendo “un gravame per la nostra istituzione é la conservazione, la mia esperienza negli anni è quella del legame con il luogo” “L’arte è un compito arduo in città come Roma e Napoli, che sono di una tale complessità, da richiedere esperienze che creino condivisione, pubblico e spazi, diversi. Ci tengo ad informare sull’ultima iniziativa che ho proposto per la città di Napoli, una seri di incontri per l’arte contemporanea, atti a cercare pubblici diversi. Ecco questo penso sia il compito dell’oggi. Per fare un esempio quest’anno uno dei vincitori del premio Un’opera per il Castello, è stato Gian Maria Tosatti, che è qui stasera. La sua opera nega l’oggetto, ma crea spazi e condivisione di e per il pubblico”. Dunque è proprio a Gian Maria Tosatti che Pratesi fa la domanda più diretta: “Perché c’è un problema nell’arte italiana?”, senza mezzi termini giunge chiara al pubblico la posizione dell’artista: “Il vero problema è che non esiste l’arte italiana contemporanea all’estero, ci sono artisti italiani che vivono all’estero e magari hanno una capacità di penetrazione degli altri paesi. Io ad esempio ho la fortuna di essere tra quelli che sono arrivati fuori e sono riusciti a fare delle mostre, ma senza alcun sostegno dalle istituzioni nazionali, senza sentirsi parte di un tutto. Gli artisti una volta nati fanno il loro lavoro e magari anche fregandosene del loro sistema, ma tuttavia i musei non li assistono e questo ci rende più deboli in un panorama internazionale. I musei italiani sono in confusione, sono una via di mezzo tra i cosiddetti Musei, con vocazione storico artistico e le Kunsthalle, legate invece ad una sorta di vivaio e ai rapporti con il territorio. In Italia la capacità di lavorare sui contenuti artistici nazionale è molto limitata.

La capacità di esportazione dell’arte italiana é resa difficile dal fatto che a parità di età un artista tedesco rispetto a a un giovane italiano ha un bagaglio di esperienza museale che é pari al doppio, quindi siamo meno maturi sul sistema internazionale, e non veniamo scelti, perché ci manca nel curriculum un’esperienza espositiva in una cornice museale.Inoltre anche i curatori, non sono presenti al fianco dei giovani artisti contemporanei, parliamoci chiaro quelli dei museali non vengono mai negli studi degli artisti, i Free lance, magari ti considerano a fatica, ma passano tantissimi anni prima che ti coinvolgano in una mostra per un Museo. In questo senso credo che il nostro sistema sia in forte perdita perché culturalmente importiamo solamente ma non esportiamo, bisogna creare un network che porti fuori l’arte italiana non la singola esperienza di un artista, che si attiva da solo”. La lucidità di Tosatti, suscita un applauso dal pubblico, ma ancora non un battito di ciglio né dalla Mattirolo né da Pratesi, entrambi per il ruolo che rivestono, palesemente chiamati in causa. Così la parola viene ceduta a Gail Cochrane, direttore artistico della Fondazione Spinola Banna, che, con l’accento più international fra tutti i relatori, dichiara come il sostegno delle banche, specie del gruppo Sanpaolo, siano stati importanti per la realizzazione di residenze e workshop di alta formazione. “La mission della nostra Fondazione è rivolta solo agli artisti italiani, poiché abbiamo valutato che l’offerta formativa fosse minima, così ci siamo orientati in particolare agli under 35. Il vantaggio per una Fondazione come la nostra è l’essere in pochi e ciò ci consente maggiore agilità, mentre un Museo è più statico. Il nostro obiettivo é stato quello di incentivare visite di professori stranieri, e così abbiamo messo in comunicazione nati dal 79 all’ 87 con grandi nomi del panorama internazionale. La mia proposta è il consiglio di creare più networking e più project room all’interno di spazi istituzionali”. Anche qui la Mattirolo non reagisce all’imput/richiesta. In compenso Flavio Favelli, sveglia la pletora ormai assuefatta dalle dorate narrazioni delle fondazioni, e risponde più che mai sarcastico alla domanda di Pratesi su quali opinioni su quanto detto e cosa fare. “Il mio cv, esordisce Favelli con tono grave, non é di grande peso, perché in realtà ho lavorato solo in Italia, e da quanto detto è emerso che se gli artisti non vanno fuori non si quotano! Io mi sono trasferito a Savigno sull’appennino, per avere grandi capannoni, grandi studi e lavorare solo. Questa zavorra, ha fatto sì che difficilmente mi sia voluto muovere. Ho sempre snobbato le residenze, perché ho sempre pensato che stare da soli aiuta di più ad arrivare a delle soluzioni. Quello che è triste é che per mantenere il tutto, compresa la mia indipendenza gli sforzi sono enormi, va da sé che io sia un libero professionista, e dunque nulla più di un piccolo imprenditore, mi hanno rimproverato tutti che mi mancava l’estero, in sostanza non importa se sono bravo come artista, ma devo avere il cv completo! Tuttavia, siccome come dice il mio amico falegname “il lavoro non si butta mai”, ho fatto a fatica un application e sono stato preso in una fondazione di NY, dovepresto andrò. Riguardo alle mostre a tema di cui si parlava prima, devo dire che la mia partecipazione alle suddette è stata avvilente. Le trovo tristi, considerate anche che un’artista avrebbe delle sue idee in teoria! Quando la Sandretto mi ha inviato a partecipare a una mostra sull’Ambiente ho pensato all’ambiente scuola prima e all’ambiente mafia poi. Volevano una cosa sul territorio, ma a me non mi interessava proprio. Infine ci tengo a ribadire che trovo grave il concetto tanto popolare oggi nei nostri Musei di “attivare l’opera”, come se un quadro di Bacon fosse più interessante con una carrozzina sotto”.

Inevitabili gli scrosci di applausi per Favelli. Infine l’ultimo relatore, il neurochirurgo Franco Nucci, presidente della Fondazione Volume, “Sono felice oggi di esser l’ultimo a parlare – ha esordito- solo dopo aver ascoltato tutti, mi rendo conto di quanto avessi ragione, quando 15 anni fa é nato Volume! Ho sempre privilegiato il rapporto artista – pubblico, mai collettiva- pubblico. La reazione interessante del nostro progetto è sempre stata quella di affidare uno spazio all’artista, dandogli la possibilità di stravolgerlo, per poi poi successivamente immergerci il pubblico. Mai un’attenzione alla mostra, infatti il sottotitolo è sempre stato “un lavoro in via San Francesco di Sales”, abbiamo rivolto le nostre scelte soprattutto verso quegli artisti che meglio avrebbero potuto coinvolgere lo spazio”. Nucci ha infine sottolineato un punto cruciale della mission di Volume, cioé l’annullamento di qualsiasi effetto economico, sinonimo di libertà e valore. “La creazione nello spazio era destinata alla distruzione” con questa regola, che si può definire “etica”, Volume è stato negli anni un crocevia di artisti di enorme rilievo a livello nazionale e internazionale, superando ogni genere di vincolo di esclusiva di carattere contrattuale con gallerie e istituzioni. L’esempio di Volume, ma più in generale l’idea di un progetto culturale, che sia fine a se stesso e che consenta agli artisti italiani contemporanei la libertà incondizionata di esprimersi e confrontarsi con il pubblico anche all’interno di strutture, per l’appunto, pubbliche quali i musei, è quel minimo sindacale su cui ci si auspica che le Istituzioni possano esser sensibilizzate, in nome di una reale significazione dell’arte contemporanea italiana.

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