I semi delle arance non vanno mai buttati via. Non solo possono dare altro frutto, ma possono essere utilizzati anche per fare in casa la marmellata di arance. Le conferiscono quel piacevole retrogusto amarognolo che la contraddistingue, ma soprattutto, i semi d’arancia contengono naturalmente la pectina, sostanza necessaria per far addensare la marmellata. Si potrebbe quindi ipotizzare che a queste proprietà delle arance, e soprattutto dei loro semi, fosse legato il messaggio che l’artista siciliano di fama internazionale Emilio Isgrò aveva voluto far recapitare alla sua terra, inviandole la sua opera scultorea Seme d’arancia, nell’ormai lontano 1998. Un messaggio che invitasse la popolazione a rigenerarsi. A dar frutto a una nuova cittadinanza. Così come i semi delle arance, quelli buoni però, seppur dopo anni di pazienti cure, generano un nuovo albero. Una cittadinanza rigenerata, dunque, con i tempi d’attesa necessari e senza mai dimenticare di abbeverarsi. Proprio come per il seme piantato in terra fertile. Un popolo siciliano nuovo e più compatto, ben addensato attorno a quella che è la sua vera anima, la sua vera identità, rifacendosi ai semi e alla pectina.
E il messaggio sembra aver dato i suoi frutti – volendo restare in tema – se si pensa che dopo anni, e nonostante le intemperie più o meno naturali, quell’opera imponente continua a padroneggiare la piazza della vecchia stazione ferroviaria di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, paese natio dell’artista, e che il comune, insieme con la fondazione di Comunità di Messina, abbia finalmente dato l’avvio al restauro dell’opera.
«Questo veicolo trasporta un seme d’arancia» vi era scritto sul Tir di sedici metri che trasportava l’immensa scultura (alta quasi sette metri) che Emilio Isgrò aveva voluto donare alla sua cittadina. L’artista aveva anche scelto in luogo dove andava installata. Luogo da cui tutto parte, passa e ritorna. La vecchia stazione. Invito a risollevare quel luogo dal degrado che ormai, dimessa la sua funzione originale, l’aveva soffocato. Omaggio a chi la Sicilia la lascia, a chi la vedeva solo dai finestrini dei treni salutando i passanti e a chi vi fa sempre e comunque ritorno. Omaggio a quei treni che, carichi di profumi di zagare e limoni, partivano per potare da lì, al resto del paese i tesori dell’isola della trinacria che, seppur originari delle terre asiatiche, di quella sicula erano diventati i rappresentanti. Insieme coi Pupi, il sole e il mare.
Da quando giunse a Barcellona P.G. il «seme del riscatto e della rinascita» sono trascorsi quasi sedici anni, lungo i quali perturbazioni di varia natura, alcune per nulla naturali, si sono imbattute su di esso. L’erosione del tempo, la noncuranza e gli atti vandalici. A questi si aggiunge, poi, nel 2011, la decisione dell’amministrazione comunale di estirpare il Seme di arancia dal luogo scelto tredici anni prima, per collocarlo in un giardino giapponese. Il ché, e lo affermava lo stesso Isgrò, avrebbe privato l’opera del suo senso più profondo per farne, come disse all’epoca l’artista Alfonso Leto, mero centrotavola. Anche secondo il critico d’arte Achille Bonito Oliva, spostare quell’opera non avrebbe fatto che avvizzirla e privarla del suo importante ruolo all’interno di una cittadina così controversa come Barcellona Pozzo di Gotto: un ruolo che «non ha anche fare solo con l’estetica, ma anche con l’etica». Ecco dunque, nuove tempeste, stavolta politiche, culturali e sociali, abbattersi sul Seme di Isgrò, e conclusesi solo un anno più tardi. Quando, nel giugno 2012, nonostante la base dell’opera fosse già stata smantellata per sradicarla dalla vecchia piazza stazione, la nuova amministrazione comunale decise di lasciarla al suo posto, laddove lo stesso autore aveva scelto di posizionarla. Oggi, anche in onore di quella animata partecipazione di artisti e cittadini che si sono battuti perché il Seme d’arancia non venisse spostato, il cantiere del restauro della scultura diventa un laboratorio a cielo aperto. I cittadini, infatti, fino al 21 marzo, potranno seguire tutte le fasi dell’opera di riqualificazione e restauro, accompagnati da guide che spiegheranno loro tutti i passaggi.
«Occasione per avviare – coinvolgendo anche le scuole – un percorso partecipato che porti a poter riaffermare con decisione alcune delle funzioni fondamentali del fare cultura e generare identità territoriale». Percorso culturale affidato, dalla stessa amministrazione, alla cura di Marco Bazzini, figura di spicco nel panorama museale dell’arte contemporanea, e diretto dall’architetto e restauratore Francesco Mannuccia. Un restauro d’intenti, ancor prima che artistico, per restituire a quella che fu la terra culla della cultura almeno il riverbero degli splendori dell’antica Messanae. Un restauro che sembra quasi la scusa per ricominciare a prendersi cura della propria terra, come si fa quando in essa si innesta un nuovo bulbo. Accanto a questo cantiere in situ, all’interno della stazione ormai in disuso, la mostra fotografica di Ferdinando Scianna, Emilio e altri siciliani. Il primo degli appuntamenti previsti dal progetto Passaggi di testimone. Una trentina di scatti che ritraggono volti comuni e nomi noti della Sicilia di ieri e di oggi: Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Sebastiano Addamo, e naturalmente Emilio Isgrò. Tutti personaggi che, senza mai avvertire stanchezza, hanno corso e continuano a correre la loro staffetta per far nuovamente germogliare la loro terra.


