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Se il gorilla è femminista

Devono essere necessariamente nude le donne per poter entrare nel Met Museum? Quali sono i vantaggi nell’essere un’artista donna? Se febbraio è il mese della storia dei neri e marzo quello della donna, cosa succede il resto dell’anno?

Queste sono solo alcune delle domande che le Guerrilla Girls, il celebre gruppo di artiste newyorkesi dall’identità anonima, si pongono dal secolo scorso, servendosi di manifesti e slogan incisivi per focalizzare l’attenzione del lettore sui pregiudizi che ancora oggi sono radicati nell’arte contemporanea e mostrare l’evidente contrasto tra ciò che la nostra società vuole farci credere spacciandosi per democratica e quello che realmente accade. Ovviamente le risposte alle domande sono scontate, ma sempre meglio ribadirle: l’83% dei soggetti artistici esposti nei maggiori musei sono nudi femminili, non v’è nessun vantaggio nell’essere artista donna (se non quello di non avere la pressione del successo e di poter “scegliere” se lavorare o dedicarsi alla maternità) e tutto il resto dell’anno i neri e le donne sono soggetti a discriminazione. C’è chi sostiene che il femminismo sia morto, e che sia quasi anacronistico parlarne oggi. La storia è piena zeppa, a partire da metà ‘900, di saggi, romanzi, teorizzazioni e studi sul movimento femminista. Riesce difficile credere alla dura realtà: che quegli studi ancora oggi sono validi e loro, le Guerrilla Girls, lo sanno bene, perché si servono di uno strumento che è ancora più infallibile degli scritti teorici, l’analisi dei numeri e delle percentuali. Da degne antesignane di Femen o delle Pussy riot, queste artiste mostrano come le cifre parlino chiaro: nel 2013 c’è ancora tanta strada da fare per garantire alle donne una condizione paritaria a quella dell’uomo, tanto in ambito letterario, quanto in quello artistico, cinematografico, politico e culturale. Per questo ritengono che sia inutile travestire il femminismo dandogli nuove identità o etichette, perché finché non si riusciranno a raggiungere gli obiettivi che esso sin dall’inizio si era prefissato, sarà inutile e impossibile fare passi avanti.

Dal 1985 le Guerrilla Girls lavorano nel mondo dell’arte per diffondere un messaggio ben preciso: la storia dell’arte dall’antichità a oggi si basa su rapporti di potere che l’uomo ha esercitato sulla donna e le istituzioni hanno da sempre favorito e assecondato un’egemonia maschile nel campo della produzione della cultura. Munite di una buona dose di combattività, insita nel sostantivo “guerrilla” che compone il loro nome, unita ad un pizzico di humor che fa sempre bene, queste artiste si mascherano da gorilla per diffondere il loro verbo e rimanere anonime, organizzando vere e proprie campagne di sensibilizzazione e omaggiando grandi donne del passato tra cui Frida Kahlo, Georgia O’Keeffe, Eva Hesse e Gertrude Stein. Chi ancora non si fosse tolto il dubbio sul perché abbiano scelto di nascondere la loro identità dietro maschere di gorilla, deve sapere che l’aneddoto è meno concettuale di quanto sembri. Sicuramente l’immagine del gorilla è in grado di sovvertire ogni stereotipo femminile a cui la donna viene associata ma l’origine della maschera deriva dall’equivoco generatosi durante una conferenza stampa in cui una ragazza che loro stesse hanno definito a bad speller si sbagliò nello scrivere il loro nome, segnando al posto di guerrilla, il sostantivo gorilla.

Fino al 6 gennaio il suggestivo spazio dell’Alhondiga di Bilbao ospita la più importante retrospettiva dedicata alle misteriose paladine della giustizia al femminile, una completa raccolta di tutti i loro lavori principali. L’Alhondiga è la prima opera pubblica dell’architetto francese Philippe Starck in Spagna, situata nella deliziosa piazzetta Arriquibar, a metà strada tra la moderna zona della città che ospita il Guggenheim e la zona del casco viejo. Recuperato e restaurato, il centro, che era un magazzino del vino di inizio ‘900, si apre su un atrio centrale, il cui soffitto è sorretto da coloratissime colonne di largo diametro tutte differenti le une dalle altre, e da altre strutture in mattoni rossi, che accolgono cinema, negozi, auditorium, sale d’esposizioni, nonché un ristorante molto “in”. In questo spazio alla moda e polifunzionale esempio di civiltà, le esposizioni, rigorosamente gratuite riservano piacevoli sorprese.

È il caso di questa importante retrospettiva che, situata al piano inferiore dell’edificio, riunisce tutti i migliori lavori del gruppo attivista. Ad accogliere il pubblico la bibbia sacra delle Guerrilla Girls, il loro codice etico per i musei d’arte che elenca il giusto comportamento che un curatore, un collezionista o il direttore di un’istituzione museale devono tenere al momento di organizzare una mostra (tra cui non può mancare il divieto di organizzare un’esposizione di un o un’artista con cui si abbiano avuto relazioni sessuali). Si parte con un documentario del 1992 realizzato da Amy Harrison e con un’intervista video girata appositamente per questa retrospettiva, che spiega come le artiste abbiano scelto proprio l’Alhondiga in quanto spazio culturale multifunzionale non convenzionale. Una volta entrati nella vasta sala principale siamo bombardati dai numerosi poster appesi alle pareti che probabilmente tutti noi avremo visto almeno una volta presi separatamente. Tuttavia vederli tutti riuniti in una sala suscita sicuramente un impatto molto suggestivo. Come se non bastasse, al centro lunghe vetrine raggruppano esaustivamente le documentazioni riguardanti le loro proteste, manifestazioni, mentre un tavolo di legno invita a sedersi e a consultare tutti i maggiori testi dedicati agli studi femministi. Non possono mancare i divertenti manifesti che mostrano come Hollywood sia totalmente gestita da figure maschili e le opere esposte alla biennale di Venezia, in cui Marcello Mastroianni cavalca la biondissima Anita Ekberg e una domanda retorica risuona: dove sono le artiste donna a Venezia? La risposta ovviamente è: sotto all’uomo.

Stupisce come questi manifesti nel 2013 risultino sempre di grande attualità. Le guerrilla girls a questo proposito offrono il loro contributo; ogni anno tornano negli stessi grandi musei internazionali per vedere se è cambiato qualcosa, aggiornando i dati delle loro statistiche. Sfortunatamente, anche in questo caso la risposta è più che prevedibile: non è cambiato assolutamente niente.

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