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Mathieu il soldato

“L’uomo è un segno senza significato” diceva Holderlin. Per il francese George Mathieu non è importante quale segno sia ne tanto meno se abbia o meno un senso: l’importante è essere e per Matieuh essere significa agire. La mostra nella neonata galleria Massimiliano Mucciaccia è un documento prezioso in questo senso: racconta quello che rimane di una battaglia. È una guerra, quella dell’artista contro la tela che subisce colpi di colore stesi senza alcuna pietà direttamente dal tubetto, spalmati con le mani o graffiati dal pennello.  È uno scontro violento uomo-quadro portato avanti contemporaneamente anche da Lucio Fontana che a pennelli e colori preferisce coltelli e punteruoli. L’artista francese dichiara guerra anche al tempo e alla mente: agire, dipingere prima che il cervello intervenga  a guidare i suoi passi, rimanere libero e abbandonare sul campo “l’arte è cosa di pensiero” di Duchamp. È guerra contro la tradizione, il rinascimento, il triangolo, il quadrato e qualunque altra geometria per un’arte nuova e impulsiva totalmente e unicamente ispirata. Ma è guerra anche contro lo spazio, la tela da coprire nei pochi minuti di trance artistica; la stessa guerra portata avanti anche oltre oceano da Jackson Pollock e il suo dripping, così vicino, così lontano dal nostro francese. È pure guerra: il pubblico contro l’artista che nelle sue performance, le prime della storia, completava opere in pochi minuti davanti a centinaia di persone che sembravano subire i stessi colpi della tela. È guerra quindi dei fotografi impossibilitati a fermare l’attimo di quella danza infuocata, è la guerra delle telecamere e dei spostamenti rapidi e sfocati per seguirlo e puntualmente fallire.

Insomma, quelle di Mathieu sono opere realizzate negli incroci di fuochi fra due trincee nemiche. Sono tele d’avanguardia perché escono per prime dalla buca di terra amica per occupare la buca di terra nemica. Non è un’arte da fare seduti, al riparo, sono azioni pericolose che non consentono il lusso di sbagli o ripensamenti ,perché non si torna indietro, sulla tela come in guerra restano le ferite. Così, l’artista non ha possibilità di dubbio e non esistono errori; il tempo scorre troppo veloce e fermarlo per cancellare sarebbe bandiera bianca e trombe per la ritirata.

Le tele nella galleria bresciana sono quindi come le divise dei militari in un museo sulla seconda guerra mondiale. Queste, sporche di fango e sangue, lacerate e bucate. Quelle occupate dal colore concentrato in grumi densi e spessi dove i pigmenti si confondono fra loro. Tele striate dai movimenti rapidi e selvaggi, ai piedi delle quali dobbiamo immaginare tubetti di colore spremuti come soldati feriti e lasciati a terra. Quello che rimane di Mathieu è quindi questo: opere come battaglie di una guerra ancora da finire.

Galleria Mucciaccia, largo della Fontanella Borghese 89; Roma; info: www.galleriamucciaccia.com

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