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Vent’anni fa, i Nirvana

La storia è ciclica diceva Gianbattista Vico, anche la musica. Era il 1977 e a Londra esplodeva il punk, fenomeno che si tirava dietro oltre a un preciso (si fa per dire) stile di composizione, anche un’idea di mondo e di abiti da collezionare nell’armadio, fenomeno che secondo alcuni non è durato più di qualche mese e che secondo altri è nato negli Stati Uniti con i Ramones e con i Velvet Undergound considerati precursori assoluti del genere. Poi la svolta elettronica: la scoperta di suoni sintetizzati e la comparsa di uno stile musicale agli antipodi con l’immediatezza del punk che al suono sporco preferisce un timbro brillante e ben registrato. Espressione massima (leggi distorta) e popolare di questa tendenza sono i Duran Duran. Nel mentre, e siamo negli anni Ottanta, negli Stati Uniti nasceva, con qualche anno di ritardo rispetto a Londra, la scena musicale indipendente che avrebbe dato vita all’hardcore. Suoni distorti, voci stonate e soprattutto una velocità d’esecuzione fino a quel momento mai sperimentata. Ed è esattamente da questo humus musicale che nel 1989 esce fuori Bleach, primo album dei Nirvana (protagonisti di una mostra fotografica nella galleria Ono di Bologna) che distaccandosi dall’hardcore puro e crudo si riaccosta al punk, del resto radice dell’indipendente statunitense.

Non è esattamente un fulmine a ciel sereno la prima prova dei Nirvana se non fosse per una canzone (About a Girl) e a come i tre (Kurt Cobain, Krist Novoselic e Chad Channing) si presentano sul palco. Se hardcore significava teste rasate, pantaloni stretti e fisici palestrati, i Nirvana sono l’esatto opposto: capelli lunghi, pantaloni larghi e strappati, camice pesanti un paio di taglie più grandi. Dell’hardcore il trio conservava la potenza e la violenza delle esibizioni dal vivo e la filosofia dell’indipendente (tour in giro per Usa con furgoni divisi fra altri gruppi, locali piccoli, concerti improvvisati, pochi soldi, poca pulizia). Molto probabilmente nessuno si ricorderebbe dei Nirvana se solo non fossero sostenuti da una scena musicale passata alla storia come grunge, o nessuno si ricorderebbe del grunge se solo non fossero esistiti i Nirvana. In ogni caso il legame fra gruppo e movimento (che conta tra gli altri Pearl Jam e Soundgarden) è molto stretto e segna un distacco dall’hardcore che lo precedeva soprattutto nella moda per tutti simile a quella dei Nirvana.

Fino all’uscita di Nevermind e alla relativa consacrazione del grunge, Cobain e soci non erano niente di più che un gruppo da tenere sott’occhio come del resto ne era pieno il territorio statunitense. Una serie d’eventi storici (alcuni premeditati, altri fortuiti) ha portato il trio a diventare uno dei gruppi più influenti del mondo. Dopo La Sub pop, casa discografica di Seattle che aveva lanciato Bleach, i Nirvana si spostano su una major: la Dgc records. Così, dopo alcuni mesi di registrazione esce Nevermind. Il successo è inaspettato, ad aiutare l’ascesa c’è anche la neonata Mtv che mette in rotazione il video di Smeel like teen spirits, canzone contenuta in Nevermind. Fu così che i Nirvana da gruppo dell’underground cittadino di Seattle passarono a essere idoli mondiali, registrando sold out nei loro concerti e ritrovandosi sulle copertine delle più note riviste musicali. Il colpo non previsto deve essere stato traumatico per un gruppo che al massimo sperava di viverci con la musica.

Passati così da gruppo indipendente a star, i Nirvana provarono a riprendersi il loro posto nell’indipendente che li aveva creati pubblicando In Utero, album crudo e duro, lontanissimo dallo stile del precedente. Ma fu troppo tardi, oramai erano già diventati portabandiera di una generazione che anche se superficialmente si specchiava nel dolore di quelle note. Sopportare le luci della ribalta, portare sulle spalle questa responsabilità non era nei patti iniziali e Cobain stanco di essere frainteso si tolse la vita nella sua villa, comprata dopo il successo di Nevermind, con una fucilata in pieno volto.

È questa la storia raccontata in 60 fotografie esposte nella galleria Ono di Bologna in occasione dei vent’anni dall’uscita di In Utero. Alcune inedite, altre straviste ma che hanno il pregio di ricordare la notorietà raggiunta dal gruppo. Scatti firmati da vari autori che immortalano diversi momenti del trio: dai concerti agli spostamenti, fino alla prove in sala. Ennio Flaiano scriveva che i film di registi morti gli facevano impressione. Stessa cosa le fotografie che intrappolano nitidamente un volto che non esiste più per consegnarlo all’eternità.

Fino al 31 gennaio; Ono arte contemporanea, via santa Margherita 10, Bologna; info: www.onoarte.com

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