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Turner prize, parlano i giurati

Il Turner prize dal 1984 segue e premia i nuovi sviluppi nell’arte contemporanea britannica. Quest’anno a vincere è stata un’artista francese, britannica di adozione, il premio si è tenuto a Derry in Irlanda del nord L’installazione video Wantee di Laure Prouvost si è imposta su opere di nomi come Tino Sehgal e Lynette Yiadom-Boakye, considerati i favoriti. Ne abbiamo parlato con Declan Long, membro della giuria dell’ultima edizione del Turner prize.

Un verdetto che ha sorpreso parte della critica. Come siete arrivati ad un accordo sul nome di Laure Prouvost?

«La discussione è stata lunga e molto attenta su tutti e quattro gli artisti selezionati per la finale. Una conversazione molto intensa e soddisfacente. Era assolutamente evidente che tutti e quattro i giudici fossero entusiasti e profondamente colpiti da ognuno dei finalisti. Tuttavia alla fine siamo giunti alla conclusione collettiva che, il lavoro di Laure, Wantee, fosse veramente speciale. Lo avevamo trovato tutti straordinariamente intelligente, ma anche molto divertente, sexy, disorientante e toccante. Abbiamo apprezzato la singolarità della sua personalità artistica e ci ha commosso l’abilità e la bellezza della sua narrazione».

Quali sono state le motivazioni del premio, cosa vi ha convinto della sua opera?

«È stata in grado di immergersi in storie del passato. Racconti tra verità e finzione sul immaginario nonno artista concettuale e i suoi legami con l’artista tedesco Kurt Schwitters. Tuttavia ha trovato percorsi assolutamente contemporanei per realizzare le sue insolite e distinte visioni. Il suo lavoro ha affrontato aspetti della storia dell’arte, offrendo una visione immaginata dai margini della principale storia della vita di Schwitters. Può considerarsi anche uno studio sulla memoria personale: una riflessione su come ricordiamo e su quali ricordi vengono stimati importanti nella storia nel senso più ampio. A fianco a questo c’è inoltre una sistematica considerazione di cosa si ritiene arte seria. Abbiamo percepito, la combinazione di interessi narrativi e di intensità visive nel suo lavoro, originali e convincenti».

Cosa la sua installazione video ha espresso di nuovo?

«I film sono molto forti e assolutamente fuori dalla normalità. Montati in modo sbalorditivo per un meraviglioso effetto disorientante. Ma ha anche sviluppato modi eccentricamente ospitali di presentare questi video in installazioni che sono avvincenti e avvolgenti: stanze buie piene di dipinti e sculture e oggetti trovati in giro. Questo è un tipo di arte (installazione video) dove puoi passare con una sensazione di gioia un bel po’ di tempo. Noi stessi siamo stati colpiti da quanto avessimo voglia di restare lì con la sua opera e quanto questa stessa è rimasta con noi anche dopo essere andati via».

L’opera video di Laure Prouvost ha in se input particolari di un nuovo orientamento nell’arte contemporanea?

«Sì, nel senso che abbiamo visto il suo lavoro assolutamente come una tipologia di film che si può pensare realizzabile solo in questo momento storico. Nonostante i personaggi del suo lavoro per il Turner prize siano storici, c’è qualcosa di molto attuale nel suo stile. Nei suoi video crea mondi interiori non reali ma questo riflette qualcosa dell’immagine del mondo esterno della nostra realtà post-internet: sono immensamente seducenti ma nel contempo conturbanti. C’è inoltre una forte enfasi del senso del tatto nella sua opera. I film sono emotivamente toccanti ma c’è anche dell’intimità e il contatto fisico, del contatto umano, e questa enfasi (mostrata inoltre dall’uso che lei fa di oggetti reali nella sua installazione) sembra essere in vitale contrasto con la costante fascinazione dell’immaterialità della memoria».

Un Turner prize 2013 a Derry, che passerà alla storia per essere stato il primo fuori il territorio inglese. Quali sono le sue riflessioni sull’evento?

«Il Turner prize è stato una parte essenziale di Derry città della cultura del Regno Unito. L’esposizione ha avuto uno straordinario riscontro di pubblico ed è stata una parte importante di un anno in cui si sono avute ogni sorta di conversazione sulla cultura. In una città che sta ancora guarendo da anni di conflitto settario, il premio ha avuto il ruolo di aprire la società a nuove prospettive. È stato piacevole pensare che questo premio per l’arte britannica sia andato quest’anno a un’artista francese, che tra gli altri finalisti ci sia qualcuno con un background ghanese (Lynette Yiadom Boakye), un tedesco, britannico di nascita , (Tino Sehgal) e un signore inglese che si riconosce principalmente con la scena artistica scozzese (David Shrigley). Questa pluralità di che cosa può essere considerata arte britannica è eccitante nel contesto di una città che con due nomi, Derry/Londonderry, che simboleggiano due diverse affiliazioni nazionali. In aggiunta a tutto questo, comunque, il Turner prize è stato un evento importantissimo per le arti e la cultura a Derry, in un modo tale che la sua eredità dovrebbe continuare a influenzarne il futuro. Gli edifici di Ebrington —delle ex caserme, che sono stati rinnovati e trasformati in un museo internazionale per il Turner prize, dovrebbero essere mantenuti come spazi destinati alla cultura, dove si può continuare a ospitare importanti progetti espositivi. Al momento il piano è di destinare gli edifici (con 4 gallerie nuove di zecca) a uso ufficio quando a gennaio le mostre saranno smontate. Questo sarebbe una terribile tragedia e una perdita per Derry dopo il successo del 2013 come città della cultura del Regno Unito».

È la sua prima volta nella giuria del Turner Prize o di un premio di arte contemporanea. Cosa pensa di questa esperienza?

«È la mia prima volta nella giuria. E per quanto ne so si può essere chiamato a questo ruolo solo una volta. È stato incredibile dall’inizio alla fine. Ho avuto il piacere di ascoltare e imparare dagli autorevoli punti di vista dei miei colleghi della giuria: Susanne Gaensheimer (direttrice del MMK di Francoforte), Annie Fletcher (Curatrice di mostre al Van Abbemuseum, Eindhoven), Ralph Rugoff (direttore della Hayward Gallery a Londra) e Penelope Curtis, direttrice della Tate Britain, che ha presieduto la giuria. Ognuno di noi ha apportato la sua distinta sensibilità sull’arte contemporanea da diverse parti d’Europa. Così le conversazioni tenute sono state molto significative e appaganti. Tuttavia, più di ogni altra cosa credo che sia stata una gioia trascorrere così tanto tempo nella riflessione di quale sia l’espressione artistica contemporaneo migliore in questo momento nel mondo britannico. Inoltre avere avuto la possibilità di valutare con attenzione così tante opere d’arte di valore in tutti questi anni mi stimola a considerare che forse il prossimo passo sarà cerca di scrivere di alcuni di questi».

Declan Long è responsabile della direzione del programma del master di arte art in the contemporary world presso il national college of art & design di Dublino, collaboratore di Artforum International, Frieze magazine e Source photographic review. Le opere del Turner Prize 2013 saranno in Mostra ad Ebrington, Derry, fino al prossimo 5 gennaio 2014.

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