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Pascali e i compagni dell’arte

Nelle rinnovate sale della fondazione Museo d’arte contemporanea Pino Pascali di Polignano a Mare, suggestiva falesia a picco sulle acque dell’Adriatico, è presentata una rassegna dedicata al pittore nonché scultore e scenografo Pino Pascali, e all’ambiente culturale romano in cui egli fu operoso, attraverso le opere dei familiari compagni di viaggio, designati in parte scuola di piazza del Popolo: artisti unanimemente noti, viventi e non, che tra gli anni Sessanta e i decenni successivi (l’artista pugliese scompare prematuramente nel 1968 a soli trentatré anni) ne avevano condiviso l’iter artistico rappresentato da modelli e ricerche, da avanguardie e tradizioni, da passioni e aspirazioni. Le creazioni di Mario Ceroli, Jannis Kounellis, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Mario Schifano, Renato Mambor e Cesare Tacchi offrono, unitamente alle opere di Pascali, uno spaccato di quella stagione artistica con i suoi protagonisti – dalle tendenze d’oltreoceano alle scambievoli suggestioni, dai linguaggi e stili differenti degli artisti al retaggio culturale nei confronti dei movimenti futuri – nelle rinnovate sale del Museo polignanese che si presenta al visitatore quasi fosse una casa con vista mare: come auspicava Pascali che aveva formulato tale pensiero persistente anche nei suoi ultimi scritti.

Situato in un vecchio edificio di fine Ottocento, il dismesso mattatoio comunale, dopo il recente e intelligente restyling attento alle preesistenze architettoniche e al tessuto storico e coloristico del territorio, il museo Pascali con i suoi 3.000 metri quadri abbaglia i visitatori e i turisti d’occasione con il caratteristico prospetto immacolato stagliato nel cielo azzurro intenso, accampato come per incanto a poche leghe dal singolare Scoglio dell’Eremita o Isola di San Paolo e cinto, al pari delle candide case polignanesi abbarbicate sulle rocce, dalle sceniche trasparenze marine. Negli assolati spazi espositivi sono mostrate le opere selezionate dalla curatrice Lia De Venere; due rappresentative per ogni artista e comprese tra gli anni Sessanta (la prima creazione) e le epoche seguenti (l’altro lavoro) a scandire, per grandi linee, premesse, stile, intenti ed evoluzione di ciascuna personalità: un’invitante itinerario zigzagando tra pop art e neometafisica, arte povera ed espressionismo, eventualismo ed arte concettuale, linguaggi informali, gestuali e neofigurazione. Si va da Aquila ad ali spiegate di Angeli del 1964 che insieme alla sequela degli Half Dollar, falci e martello abbinate a fasci littori e svastiche – topoi eloquenti ma snaturati del loro contenuto originario – contrassegneranno una parte del percorso artistico del pittore romano a Keith Richard in concert di Tano Festa del 1987 che scioglie il vivace colorismo espressionista con le più modulate suggestioni baconiane passando per il materico dipinto Senza titolo di Kounellis, una digressione lirica di smalto nero su carta bianca guarnita da una fascia monocroma mediana che infrange armoniosamente il verticalismo evocativo del maestro greco-romano.

Dall’imponente Nikita Krusciov del 1962 aderente a Gesti tipici di Lombardo – una serie di lavori in cui l’artista delinea con smalti bruni il profilo di personaggi della politica – come il qui effigiato Primo segretario del partito comunista russo sospeso nella gestualità retorica dei comunicatori fino alla più recente tra le opere in esposizione, Coltivazioni musicali-dittico del 2011 in cui Mambor sancisce la reiterazione nei suoi lavori di un elemento costante, già avviato negli anni Ottanta, la sagoma dell’autore che si pone da referente tra il prodotto artistico e lo spettatore. E inoltre dallo smaltato Gigli d’acqua di Schifano in onore delle Ninfee di Claude Monet alla Primavera Pop di Tacchi, nove pannelli di tappezzeria dipinta datati 2007 che decretano l’ispirazione rinascimentale del pittore verso la Primavera di Botticelli, già anticipata tra l’altro in precedenti lavori. Tele che ben si combinano, nella medesima sala, con L’aria di Daria di Ceroli, una squadra di iconiche sagome femminili e maschili (cento nell’opera originale del 1968) in pino di Russia grezzo, come abitualmente pratica lo scultore, dedicate all’attrice Daria Nicolodi, in quel tempo compagna dell’artista e di cui sono qui ben riconoscibili le fisionomie. Con L’attrice (Hedy Lamarr) del 1967, Fioroni fa scaturire dalla carta, come per sortilegio, immagini muliebri finemente tratteggiate a grafite e smalto argento e imprestate dalle copertine patinate o dai volumi d’arte. Di Pascali si espone lo specchio d’acqua mq di pozzanghere del 1967 con cui l’artista pugliese aveva inaugurato la serie degli elementi naturali, l’acqua appunto, che tanto lo ammaliava come ebbe a ripetere più volte; una sostanza duttile, un medium essenziale e scenografico che certamente aveva modellato le sue riflessioni fanciullesche e poi giovanili lambendo e rinfrangendo litorali adriatici e dirupi in quel di Polignano.

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