Il rituale del serpente

“Per le vie di San Francisco sono riuscito a catturare in un’istantanea colui che ha trionfato sul culto del serpente e sulla paura del fulmine, l’erede degli indigeni, il cercatore d’oro che ha preso il posto degli indiani invadendo le loro terre: è lo zio Sam in cappello a cilindro mentre incede orgoglioso per strada davanti all’imitazione di una rotonda classica. Sopra il suo cilindro corrono i fili elettrici. Con il serpente di rame di Edison egli ha strappato il fulmine alla natura.”Aby Warburg, Il rituale del serpente. Nel 1895 Warburg decide di intraprendere un viaggio nelle terre statunitensi ancora custodite dagli Indiani Pueblo, la sua spedizione diviene ben presto lo spunto per parlare del mondo contemporaneo, per narrare le emozioni di un’esplorazione verso regioni incontaminate laddove si presenta agli occhi di un occidentale la visione di una società primitiva che custodisce i segreti più reconditi della vita.

Warburg, durante i mesi di viaggio, viene a contatto con le origini del paganesimo e con i rituali della magia indigena, attraverso queste suggestioni raccolte, comprende il potere psichico delle immagini, quella intrinseca forza di saper ferire e guarire. Gianni Politi, artista e ideatore del progetto espositivo intitolato il Rituale del serpente alla fondazione pastificio Cerere di Roma, omaggia Warburg reinterpretando le parole del critico d’arte lasciate nella raccolta delle sue memorie dopo il percorso intrapreso negli Usa. La mostra, che vede protagoniste le opere di Alessandro Agudio, Lupo Borgonovo, Giulio Delvè, Andrea Dojmi, Helena Hladilová \ Namsal Siedlecki, Renato Leotta, Matteo Nasini e Gianni Politi, racchiude diverse esperienze visive, custodisce la volontà di ogni singolo artista di riflettere sul valore dell’immagine, sulla voracità con cui il mondo contemporaneo digerisce e assimila il continuo flusso iconografico che quotidianamente subissa i nostri occhi.

Il serpente diviene la metafora e il simbolo di un mondo contemporaneo dove il futuro non è più articolazione del presente e dove questa continua voracità alimenta la sensazione di una realtà fragile ed effimera che sente nel transitorio la sua matrice primordiale. I lavori presentati al pubblico, negli spazi dell’ex Pastificio, sono eterogenee espressioni materiali di una contemporaneità famelica: un serpente di silicone appeso, grovigli di lamiere che con occhi vitrei ci guardano, architetture estrapolate che giocano un ruolo di artefatta monumentalità, paesaggi interiori dai contorni incerti, isole immaginarie viste dall’alto, un linguaggio informale che detiene un senso di precarietà, di conquiste sperate e di angoscianti consapevolezze. Un percorso alla ricerca di uno sguardo naturale, di un contatto incontaminato con l’immagine nella costante perdita di punti referenziali dove è possibile lasciarsi catturare dal potere salvifico di un’opera d’arte.

Fino al 31 gennaio; fondazione Pastificio Cerere, via degli Ausoni 7, Roma; info: www.pastificiocerere.it

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