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Carlo Saraceni a Roma

L’esposizione al museo nazionale di palazzo di Venezia, la prima monografica dedicata al pittore Carlo Saraceni, prosegue un itinerario dedicato agli artisti e seguaci caravaggeschi che nella Roma del primo Seicento avevano seguitato l’azione di radicale rinnovamento sia dell’iconografia devozionale e profana di matrice classicista sia della pratica pittorica, avviate dalla rivoluzione naturalista di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il Veneziano, come viene ricordato nelle fonti Saraceni, è certamente uno degli interpreti più rilevanti della lezione caravaggesca declinata tuttavia come si evince anche dalle nutrite opere dell’antologica romana, in forme e toni più lirici e ingentiliti, attraverso un colorismo più acceso e diversificato, una visione personale più intimista e intellettuale e tramite un idioma senz’altro meno teatrale della veemente eloquenza espressiva del riformatore lombardo.

La mostra, ideata da Rossella Vodret e curata da Maria Giulia Aurigemma, con un comitato scientifico internazionale coordinato da Maurizio Calvesi segue dunque la rassegna Roma al tempo di Caravaggio impiantata dalla soprintendenza speciale della città di Roma nel 2011-12. Circa settanta le opere presentate, tra tele e piccoli rami derivanti dalla vasta produzione di Saraceni, provenienti da istituzioni museali nazionali e internazionali, da chiese e collezioni private: dal Metropolitan museum di New York all’Alte pinakothek di Monaco, dalla collezione Thyssen-Bornemisza di Madrid al museo Nnazionale di Capodimonte a Napoli, dalle gallerie dell’accademia di Venezia alle raccolte europee e ancora dalle chiese romane di San Lorenzo in Lucina e Santa Maria della Scala alla veneziana Chiesa del Redentore, tra le tante. Molte delle opere esposte sono state restaurate e ciò consente di poter cogliere al meglio le caratteristiche del colorismo saraceniano, pastoso e brillante. Una sala della mostra è dedicata alla diffusione oltralpe dello stile di Saraceni da parte della sua scuola, a cui avevano aderito in particolare pittori francesi tra cui spicca il lorenese Jean Le Clerc; nella stessa sezione sono esposti dipinti di un ignoto artista spesso equivocato con Saraceni e designato da Roberto Longhi con l’appellativo di Pensionante del Saraceni.

Nato a Venezia intorno al 1579, Saraceni è attivo a Roma tra il 1598 e il 1619 dove frequenta la bottega dello scultore vicentino Camillo Mariani e in seguito quella del pittore e disegnatore tedesco, trapiantato nella città papale, Adam Elsheimer, specialista di veristici e al tempo stesso romantici paesaggi verdeggianti con figure umane, che influirà notevolmente sulle tendenze paesistiche del Veneziano. Il pittore ˗ come riportano nei loro scritti i contemporanei Giulio Mancini e Giovanni Baglione ˗ è erudito e di belle maniere, facoltoso e amante del gusto francese, tanto da abbigliarsi secondo quel costume e parlare correttamente la lingua d’oltralpe nonostante, sempre secondo le fonti, non si sia mai recato in Francia. Nel frattempo giungono le tante commissioni sia pubbliche – le grandi pale per Toledo, la decorazione ad affresco della sala Regia in Quirinale e a palazzo Ducale – sia private, per chiese e collezioni. Nel 1619 farà ritorno nella città lagunare seguito dal discepolo Jean Le Clerc, che in seguito alla morte del pittore, sopraggiunta nel giugno del 1620 a meno di quarant’anni, avrebbe completato e firmato la grande tela con Enrico Dandolo e i Capitani crociati per palazzo Ducale, lasciata incompiuta dal maestro. L’esposizione romana vuole approfondire tanto il percorso stilistico del pittore veneziano – che va dall’originario naturalismo di stampo nordico dei giovanili paesaggi (Elsheimer ‘docet’) all’adesione ‘non incondizionata’ al caravaggismo – quanto il fervido background figurativo della Roma secentesca in cui Saraceni fu interprete rilevante.

Un ‘excursus’ che attraverso le opere proposte esplora le peculiarità della sua vicenda artistica: il colorismo veneziano, la predilezione per scene bilanciate prive degli audaci ‘tagli di scena’ caravaggeschi ed inoltre l’attitudine sentimentale che il ‘Veneziano’ infonde ai suoi personaggi. Saraceni smorza i vigorosi contrasti luministici di Caravaggio e ne accresce il misurato colorismo irrorandolo delle calde tonalità della laguna veneta come si osserva in particolare nei paesaggi ˗ nelle placate e luccicanti acque della ‘Caduta di Icaro’ o nel cielo torvo di nuvole e fulmini del ‘Diluvio Universale’ ˗ o nelle scene devozionali ˗ dalla suggestiva malinconia della ‘Maddalena penitente’ all’imponente ‘San Rocco’ ˗ in cui il pittore ingentilisce l’austera poetica caravaggesca con accenti intimisti e con l’inserimento di paesaggi lirici. A marcare la sua aderenza al verbo caravaggesco concorre in particolare la monumentale pala con il ‘Transito della Vergine’, realizzata dal pittore dopo che la tela con lo stesso soggetto commissionata a Caravaggio era stata rifiutata in quanto ‘poco decorosa’, e l’‘Estasi di san Francesco’; se nella prima il caravaggismo è quasi un esercizio di stile come dimostrano i sandali logori e le unghie infangate dei pellegrini che si prostrano alla Vergine, nella tela per la chiesa del Redentore, forse l’opera più bella del ‘Veneziano’ tutto riporta a Caravaggio: dagli offuscati contrasti di luci ed ombre all’interno spoglio e tenebroso della cella claustrale, dagli inserti domestici della seggiola e dello sgabello posti in trasversale fino al delicato ma familiare angelo che con le soavi note delizia il giovanile Santo.

Fino al 2 marzo, palazzo Venezia; piazza Venezia, Roma; info: http://museopalazzovenezia.beniculturali.it

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