Frontiera di immagini

Le ultime tre decadi di produzione artistica di Francesco Clemente sono esposte fino al 2 marzo nelle sale del palazzo Sant’Elia di Palermo, nella mostra Frontiera di immagini curata, e fortemente voluta, dal critico d’arte Achille Bonito Oliva. Essa, infatti, nasce come ultima tappa di un progetto ben più ampio e complesso volto alla promozione della Transavanguardia Italiana, di cui Bonito Oliva è il teorizzatore e Clemente uno dei maggiori esponenti. A partire dal 2011, infatti, hanno avuto inizio vere e proprie giornate studio che, attraversando tutta la Penisola, hanno coinvolto critici, storici dell’arte e filosofi per ricostruire i principi della Transavanguardia, sviluppati all’indomani della dominazione dell’arte concettuale. Il ritorno alla manualità, al disegno, alla pittura. Questo grande progetto diventa quindi eccezionale pretesto per poter accogliere per la prima volta in Sicilia un artista come Clemente, celebrato a livello internazionale – alle gallerie Guggenheim di Bilbao nel 1999 e New York nel 2000.

Se le sue origini napoletane già lo avvicinavano alla terra sicula, ancor di più lo avvicinano all’Isola della Trinacria le sue opere: i colori caldi, terrosi, mediterranei; le influenze di diverse culture che, come era stato per quell’isola, le invadono e le abitano. Le sue opere, infatti, racchiudono e miscelano i caratteri e i simboli di tutti quei quei luoghi che sono state mete dei suoi numerosi e lunghi viaggi. Paesi tra loro profondamente lontani, geograficamente e culturalmente, che come per magia non solo si avvicinano, ma si fondono come fossero un’unica Pangea. Un’unica terra. Bandite per sempre le differenze etniche o le demarcazioni dei confini topografici. Frontiera d’immagini, dunque. L’uso silente di una figura retorica come l’ossimoro a voler poeticamente mettere in evidenza come, invece, l’immaginazione riesca a superare ed annullare le frontiere stesse. Circa cinquanta le opere nei saloni della fondazione Sant’Elia, alcune delle quali già esposte al Salomon Guggenheim Museum, al Maxxi e agli Uffizi, per racchiudere le tematiche, i linguaggi, le iconografie e le iconologie indagati dall’artista dalla metà degli anni Ottanta ad oggi. Opere che possono risultare linguisticamente problematiche, perché in esse, come se si trattasse di un laboratorio vero e proprio si sperimentano linguaggi diversi. Linguaggi attinti dai viaggi che ha compiuto negli ultimi vent’anni tra Europa, Egitto, Sud America, Caraibi, e che egli ha redatto in un vocabolario che è sempre in divenire. E per comprendere la sintesi di questi linguaggi basta osservare opere come il Trittico Crown (1988), Place of Power I (1989) e la serie Tandoori Satori (2004). La religione Cattolica, La Passione di Cristo, la corona di spine, rappresentati dall’intrecciarsi di fili spinati del colore dei rami e del sangue. Le camere funerarie della Valle dei re, il paganesimo e il politeismo. E infine l’Asia, la sua cucina, il Buddismo, la filosofia Zen, contaminate da influenze underground tipiche della New York di Haring.

Fino al 2 marzo 2014, Palazzo Sant’ Elia, Palermo

 

 

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