Modigliani, Soutine e gli altri

Dopo aver attirato un grande pubblico alla Pinacothèque de Paris e al Palazzo Reale di Milano, l’esposizione Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti, la collezione Netter, è approdata ora anche a Roma, nelle rinnovate sale dell’ottocentesco Palazzo Cipolla. Curata da Marc Restellini, già Conservateur del Musée du Luxembourg ed attualmente della Pinacothèque parigina, la mostra, tenacemente desiderata e sostenuta dal presidente della Fondazione Roma, Emmanuele F. M. Emanuele, espone i straordinari dipinti custoditi nella nutrita collezione di Jonas Netter (1867-1946). Ebreo originario dell’Alsazia ma trasferitosi presto a Parigi, di professione rappresentante di diverse società, egli è in realtà un appassionato connoisseur d’arte e di pittura, un geniale e istintivo ricercatore di talenti, tale da poter essere annoverato tra i più importanti collezionisti del XX secolo. Amante degli Impressionisti ma nell’impossibilità economica di poter acquistare quelle opere, all’epoca (il primo ventennio del ‘900) già celebri e costose, Netter ripara sulle tele di artisti sconosciuti e a buon mercato dimostrando da subito una inclinazione innata ed un entusiasmo profondo verso quelle espressioni artistiche originali seppur estremamente complesse da un punto di vista figurativo e intellettivo. In questa esplorazione sulle nuove tendenze l’amateur si accosta ad un singolare personaggio del milieu artistico parigino, il poeta e mercante d’arte polacco e di origine ebrea, Léopold Zborowski, che sistematicamente gli presenta i pittori più interessanti o gli propone le opere da comperare. Tra esse i lavori di Amedeo Modigliani, Chaim Soutine, Maurice Utrillo e la madre, la pittrice Suzanne Veladon, André Derain e ancora Moise Kìsling, Maurice de Vlaminck e altri pittori gravitanti nella Parigi dell’avant-garde artistica e culturale del primo ventennio del XX secolo, in seguito designati come l’Ecole de Paris.

Il più autorevole studioso della raccolta Netter, Restellini, sostiene senza indugi che senza l’ingegnoso intuito di questo “riservato e poco noto” mecenate, probabilmente oggi non avremmo né conosciuto né compreso l’arte di Modigliani, di Soutine, di Utrillo e di altri celebri o ignorati artisti dell’epoca. Da oltre settant’anni le centoventi opere presentate a Roma, così come erano state concepite nella serie originale, non apparivano in pubblico, custodite accuratamente dagli eredi di Netter ed esposte ora in un itinerario espositivo organizzato in sei sezioni. La risoluzione della mostra è in concorso con l’ideologia della fondazione francese, costituita pochi anni fa, il cui intento consiste in particolare nella tutela e nell’assistenza all’infanzia bisognosa. Dopo Paul Alexandre, primo sostenitore di Modigliani, anche Netter inizia a acquistare i dipinti del pittore, soprattutto quelli che il promotore Zborowski gli consiglia, tanto da possedere intorno al 1920 quaranta tele del giovane livornese. Passa poi a comperare, sempre con l’aiuto del mercante, opere di Soutine e decine e decine di quadri di Utrillo, attratto dal periodo bianco del pittore parigino, a cui faranno seguito tutte le altre opere esposte nella mostra (da Kikoïne a Hayden, da Antcher a Ébiche, da Krémègne a Fournier e Feder). Noncurante delle allusioni avverse degli amici e dell’ambiente contemporaneo che consideravano le opere da lui acquistate ‘simili orrori’, come ricorda Restellini, Netter sostiene questi artisti, quasi tutti ebrei, concretamente e generosamente pagando spesso vitto, alloggio e cure e ricevendo, a volte, degli oli in cambio di una minestra calda. Come quando compera da Modigliani numerosi dipinti per consentirgli di recarsi in Costa Azzurra a ristabilirsi. Netter è affascinato dalla creatività del maestro livornese e dai suoi stilizzati ritratti femminili.

È l’epoca d’oro parigina in cui molti di questi pittori, accomunati dalla pratica artistica, da un temperamento sovente al di fuori degli schemi associato ad uno stato di salute più che precario e da una sorte non sempre indulgente, si riuniscono a dibattere d’arte e di politica prima nelle taverne o cantine, nelle modeste trattorie o nelle manifatture abbandonate di Montmartre ed in seguito nei bistrot, nei café o negli atelier come la Ruche di Montparnasse, un luogo che sarebbe divenuto il quartiere degli artisti, gli artistes maudits. Squattrinati e spesso malandati o squilibrati come Utrillo che si narrava fosse innamorato della madre Suzanne – e divenuto alcolizzato fin da piccolo poiché, in preda a crisi epilettiche, veniva narcotizzato dalla nonna con il vino –, come Soutine definito “il lercio” e lo stesso Modigliani, affascinante e dannato, collerico e gentile, alcolizzato e dalle belle maniere che visse in miseria e morì di tisi a soli trentasei anni, tutti questi artisti erano segnati da esistenze disperate e da destini angosciosi. Ciò che più attrae delle opere in rassegna e che senz’altro aveva conquistato anche Netter, è l’elevata resa pittorica unitamente all’uso dei colori intensi, brillanti e screziati ed il rapporto tra la luminosità e gli accordi cromatici, sovente ardui e originalissimi nei loro contrasti tonali, messi qui in risalto dal grigio-malva dell’allestimento; molti dei dipinti infatti hanno come una luce intrinseca che cattura, avvolge ed esalta i colori, quasi si potesse coniare per questa esposizione una definizione di ‘poetica della luce e dei colori’. Avvincenti ed incantevoli i ritratti di Modigliani: da Jeanne Hèbuterne au hennè (Ritratto di Jeanne Hèbuterne) del 1918 a “Fillete en robe jaune” del 1917 a Elvire au col blanc (Elvire à la collerette) del 1917-18 a Jeanne Hèbuterne (Ritratto di ragazza dai capelli rossi) del 1918, in cui il ritmo elegante e sinuoso dei tratti – siano essi volti allungati, anatomicamente innaturali ma esteticamente armoniosi e mai sgraziati, o esili e ieratiche corporature femminili – si declina euritmicamente, come fosse una melodia, in una sequenza ondeggiante di sporgenze e rientranze, di forme e di toni. Fino alle profonde fenditure fisse, vuote o scure dei bulbi oculari; una distorsione e deformazione del volto umano che appare al tempo stesso un timbro formale che contrassegna la poetica del pittore livornese e in particolare il testamento artistico e personale di una visione angosciosa della realtà, di un sentimento doloroso dell’esistenza da parte di un temperamento romantico e tormentato.

Fondazione Roma Museo, Palazzo Cipolla, fino al 6 aprile 2014. Info: www.mostramodigliani.it