Le stanze delle meraviglie

Nel XV secolo Leon Battista Alberti descrive nelle strutture architettoniche nobiliari la presenza di uno spazio culturale, un luogo di conservazione, di raccolta e di memoria che definisce studium, archetipo quanto mai suggestivo delle più celebri e citate Wunderkammer. All’interno dello studium si sviluppa la prima forma embrionale di collezionismo denotato da uno spontaneo senso museografico: gli oggetti conservati in questo ambiente privilegiato possiedono una sorta di sacralità, come fossero reliquie cristiane da custodire, feticci di antichità perdute o di naturali organismi da esaminare in cui poter costruire un microcosmo profano dove poter contemplare i misteri del mondo. Di quei misteri celati dell’universo contemporaneo si occupano i protagonisti del progetto espositivo intitolato Se, una mostra organizzata dalla galleria 291 Est di Roma sotto la cura di Roberto D’Onorio e Vania Caruso. Lele D’Alò, Giulio Bensasson e Robberto Atzori costruiscono, attraverso le loro peculiari espressioni creative, uno spazio dove poter rintracciare quell’archetipo di stanza delle meraviglie, dove è possibile abbandonarsi tra lo stupore di una natura catalogata e raccolta, frutto di coscienze oniriche e fantasiose.

Giulio Bensasson è artefice di un’entomologia ideata, i suoi lavori sono il risultato di autentiche elucubrazioni mentali che generano insetti immaginifici, creature organiche che assumono l’aspetto di coleotteri, mallofagi, lepidotteri dalle forme inconsuete che vengono custodite all’interno di teche la cui funzione è tutelare i segreti di una scienza irreale. Lele D’Alò, in stretto dialogo con le opere di Bensasson, edifica suggestive architetture scheletriche di inedite forme animali, bestie sessuate che forniscono la visione di retaggi scientifici e di scoperte enciclopediche dove poter tessere le fila di una natura antropomorfa che possiede le caratteristiche di un’umanità singolare e controversa. L’installazione di Robberto Atzori intitolata Piccolo principe è un erbario concreto e suggestivo testimone veritiero della permanenza dell’artista a Roma. Le piante raccolte durante il soggiorno capitolino ricalcano quell’antica usanza medievale di catalogare le specie vegetali al fine di poter utilizzare i prodotti della terra anche secondo uno scopo curativo e terapeutico. Atzori dispone le piante collezionate concentrando l’attenzione compositiva sulle radici dei vegetali sottolineando quasi un senso di sradicamento, la perdita di un reale attaccamento alla terra che porta l’artista ad allontanarsi dal paese natio e a dover affrontare l’instabilità di un luogo altro dove non è possibile mettersi in contatto con le proprie origini. Scrive lo scienziato Marco Bersanelli: “La ricerca scientifica mette in luce la natura della realtà come mistero: essa esiste, vi si stabilisce un rapporto, ma ultimamente sfugge alla comprensione completa della ragione. Come se ogni nostra conoscenza o conquista rimandasse inesorabilmente a un oggetto ultimo e nascosto”. Vi è un elemento che sfugge alla razionalità, all’analisi scientifica, esso è ricondotto all’arte: solo attraverso il gesto creativo e il linguaggio dell’irreale è possibile stabilire la conoscenza del mondo, proprio in questa attitudine le opere di Bensasson, Atzari e D’Alò ripercorrono i misteri della vita e innescano, attraverso inediti immaginari, la volontà di generare nuovi percorsi della coscienza.

Fino al 22 novembre, Galleria 291 Est, via dello Scalo di San Lorenzo 45, Roma; info: www.galleria291est.com