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I gioielli di Gaetano Pesce

Il poliedrico designer, scultore e architetto, le cui creazioni in resina colorata popolano i bookshop dei musei di tutto il mondo, approda a Roma allo studio Stefania Miscetti per presentare una serie inedita di gioielli, realizzata appositamente per l’occasione. Il suo nome è Gaetano Pesce, classe1939 nato a La Spezia, dal 1980 naturalizzatosi newyorkese. 
Le creazioni presentate sono frutto di un lungo percorso intrapreso dal designer sin dagli anni ’90, venti anni dopo le cosiddette Industrial Skin, che erano state le sue prime opere in resina: fogli di plastica sottile e tattile, come pelle, su cui venivano impressi volti di persone. Nelle tre ampie pareti dello studio Stefania Miscetti, una singolare sequenza di cartoni riporta, appena stilizzati, dei mezzi busti di donna, che accolgono la coloratissima infilata di bracciali, collane e spille in resina poliuretanica. La materia è senza dubbio la vera protagonista delle creazioni che, come fiori, sbocciano sul fondo neutro del cartone, «La resina è un materiale che può essere impreziosito dalle sue stesse qualità – dice Pesce – per sua natura è flessibile ed elastica, e si adatta al corpo come fosse una seconda pelle». Ogni oggetto è unico, ed è stato realizzato a mano dall’artista, plasmando e miscelando trasparenze e densità di colore, modellando la materia affinché potesse assecondare le forme femminili e valorizzarle.

Tra le ragioni dell’esposizione romana, anche la collaborazione con Adachiara Zevi, presidente della fondazione Bruno Zevi, che ha voluto inserirvi la presentazione del libro 2002-2012 Gaetano Pesce per la fondazione Bruno Zevi, concepito e disegnato dallo stesso artista come omaggio ai 10 anni della fondazione. Il volume è stato presentato da Roberto D’Agostino, che avrebbe dovuto dialogarne con l’artista, ospite attesissimo dal numeroso pubblico dello studio Miscetti, tuttavia, per motivi di salute Pesce non è potuto esser presente, lasciando campo libero a un esilerante monologo di D’Agostino sull’arte contemporanea e il gusto Pop, sfociato sul finale in un’elettrica querelle con Giampiero Mughini, a sua volta seduto nel pubblico con una montatura d’occhiale rossa, grondante stille Pesce, ben abbinata alla giacca di pelle indossata da Dago. D’Agostino per introdurre il libro dedicato a Zevi, l’ha descritto come un’opera a sé, totalmente anticonformista, carica di citazioni del tanto già visto, che è ogni giorno innanzi agli occhi di tutti. Non è di certo la prima, si pensi, uno per tutti, al catalogo del creativo per la mostra al Centro Pompidou di Parigi, dove la copertina era realizzata con il materiale degli zerbini domestici. Nel parlare di libri unici, le circostanze hanno consentito all’abile intrattenitore di parlare, tra le righe, anche di sé, raccontando al pubblico, con grande nonchalance, di quel suo particolare prodotto editoriale, estorto alla Mondadori nel 1986, «si trattava di un libro di plastica gonfiabile, Libidine si chiamava, era estremamente plastico e fisico» dice, interrotto poi dall’esclamazione «Era un cuscino» di Mughini che, dalla platea, ricorda «le comode tette di Libidine».

Tornando a fatica al lavoro di Pesce, D’Agostino descrive l’artista, tra ironia e retorica «Che cos’è? Non si capisce che pesce é. Non lo conosco ma lo riconosco. In questo mondo di parrucconi e parrucchieri, è davvero un anti-accademico», il perché lo spiega poco dopo «In fondo cosa c’è di più guasto della plastica che viene dal petrolio? Ecco la rivoluzione di Pesce sta nel prendere tutti per il culo. Lui in fondo è un punk di 80 anni», (sempre il pubblico lo corregge confermandone la settantina), così incalza «se li porta male, ma é un genio che con la plastica ha raggiunto livelli incredibili di superficialismo, attraverso una segreta tattilità; il suo citazionismo dissacrante del già visto e dell’accademico è la vera forza». La plastica, seppur rappresentando un materiale poco nobile, ha realmente preso il sopravvento su di noi e tutto questo è stato compreso da Pesce, che ne ha fatto la sua rivoluzione. «Il pop – continua D’Agostino infervorato – ha cambiato la nostra visione delle cose, questo è un dato di fatto, il modo pop art é un modus vivendi del contemporaneo. La vittoria di Pesce sull’accademia trovo stia proprio nell’esser riuscito a ribaltare gli schemi, nobilitando un inerte materiale di scarto in qualcosa di molto più vivo del gesso o del marmo».

Ma chi ha insegnato a Roberto, noto a tutti come Dagospia, tutte queste cose su come leggere e attualizzare la filosofia del gusto Pop? È lui stesso a rispondere, raccontando di come il grande Federico Zeri gli avesse fatto chiarezza sul senso dei ritratti di Warhol, «si tratta di ritratti funebri» a quanto pare Zevi gli aveva mostrato alcune tavolette funerarie del Fayum, realizzate, secondo la tradizione egiziana per accompagnare i morti. La particolarità era data dalla vivacità dei colori con cui si doveva ritrarre l’estinto quando era ancora nel pieno della sua bellezza. Ecco dunque, una lezione del sarcasmo di Andy Warhol che, lavorando su commissione, prendeva in giro i vanesi committenti restituendogli niente più che dei ritratti funerari. Tornando a Pesce e a sè, D’Agostino continua: «Le sue opere che ho in casa sono i padroni di casa; io mi nutro di opere, perché mi raccontano dove sono e cosa ho intorno, non voglio abbrutirmi, davanti a Floris o Porta a porta, io sniffo l’arte che è meglio della cocaina». Passando all’uso dei forti colori nelle opere di Pesce, D’Agostino inanella una serie di considerazioni facilmente fraintendibili poiché poco chiare, «sebbene a volte il colore possa risultare kitsch – dice – il gusto del cattivo gusto prende sempre il sopravvento, ma bisogna cercare gli opposti per arrivare alle soluzioni, il cattivo gusto non va sempre snobbato, credo infatti che le opere quando piacciono ai coatti é fatta».

Delle opere inserite nel libro dedicato a Zevi, si è parlato poco, dal momento che il talk show di Dago ha preso a più riprese altre tangenti, così la figlia Adachiara ha invitato il pubblico ad andare a vedere direttamente in fondazione le 50 rivisitazioni in resina dei bassorilievi della biblioteca Laurenziana. Per le conclusioni della presentazione-monologo, Roberto D’Agostino mette a segno una provocatoria tripletta di slogan «Il Pesce é trash. Spero mi inviti al suo funerale. Adesso comprate perché qui bisogna campà» suscitando una vampata di protagonismo anche nell’eccentrico Mughini che, alzatosi in piedi con un minaccioso dito puntato sull’irriverente relatore, ribadisce lo stile di Pesce, a suo giudizio, tutt’altro che kitsh.

Fino a gennaio 2014, studio Stefania Miscetti, via delle Mantellate 14,Roma; info: www.studiodtefaniamiscetti.com

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