Topografia cittadina

La Srisa, Santa reparata international school of art di Firenze ospita The topography of citizenship: un laboratorio ideato e diretto da Pietro Gaglianò che si è concretizzazto in una mostra di lavori di indagine e ricerca ispirati ai temi del corso. Con The topography of citizenship la Srisa approfondisce la propria specificità di luogo per la creazione e la formazione, spazio indipendente capace di accogliere esperienze non convenzionali tra produzione ed esposizione. Dieci artisti emergenti vi varie nazionalità si sono confrontati su variabili della cittadinanza nella città e nella percezione sociale approdando a diverse interpretazioni, soluzioni e proposte. Dieci vissuti a confronto con realtà locali, concrete, fatte di incontri e persone. Un display di fine corso proattivo, senza pretese, ma con il desiderio di apertura e dialogo tanto agoniati e poco espletati nella condizione di cittadini contemporanei. Sperimentazioni linguistiche e teoriche che trovano forza in un sentire e vivere l’arte come mezzo di interpretazione e interazione.

I lavori esposti esplorano il doppio valore dello spazio urbano, inteso sia come scenario di un’indagine sociale, sia come metafora del collocamento dell’individuo all’interno di un proprio percorso personale. Manuela Mancioppi (Cortona, 1976) esprime il proprio disorientamento di fronti agli schemi imposti da un sistema sociale improntato al consumo e all’omologazione con uno scatto focalizzato sul messaggio: Ho perso la strada. O la strada ha perso me?. Lori Lako (Pogradec, Albania, 1991) sceglie il mezzo del video per riflettere sui dispositivi di persuasione di massa utilizzati a fini pubblicitari e che iquinano visivamente lo spazio pubblico. Il titolo, 401del progetto di Albien Alushai (Fier, Albania, 1988) si riferisce al numero di stanza dello studentato in cui vive lo stesso autore, con l’intento di mappare la mutevolezza della cittadinanza a partite dalla continua alternanza di inquilini. Silvia Pallini (Pontedera, 1972) lavora sul significato metaforico dell’albero e le potenzialità comunicative e di disseminazione (semi di grano tenero e orzo) capillare del pensiero all’interno di una società ramificata.

L’intervento site specific infra di Esteban Ayala (Quito, Ecuador, 1978) interviene direttamente sull’architettura come alter ego del tessuto sociale, fatto di reti e connessioni non sempre esplicite. Il dossier Qualcosa da dire è la sintesi di un lavoro di partecipazione da parte dei cittabini abitanti la zona intorno a via San Gallo di Firenze: un progetto che l’autrice Meri Iacchi (Firenze, 1964) propone come valore reale ci cittadinana attiva e propositiva. Arber Elzi (Berat, Albania, 1988) mette alla prova il visitatore con una videoproiezione site specific da evitare o completare a seconda della reazione del singolo. Chocolat di Jonida Xherri (Durazzo, 1985) mette in scena le contraddizioni di identità culturali a confronto con un episodio di cronaca locale che la ha coinvolta da vicino. L’idea di Manuela Ruga (Zurigo, 1980) è quella di creare un filo diretto con chi si imbatte in Waiting for: a scelta tre pecorsi narrati all’artista per raggiungere il medesimo luogo della città presso cui lei stessa aspetterà per un’ora al iorno durante il periodo della mostra. Un invito al pubblico di prendere parte a un percorso di conivolgimento e avvicinamento allo sguardo dell’altro, una possibilità di contatto, sempre più ricercato quanto evitato quotidianamente. Infine, Ida Barbati affronta il tema dell’occupazione di stabili da parte di donne povere e senza fissa dimora. Il caso è quello di via Crimea di Firenze, le cui protagoniste diventano soggetto spontaneo dell’installazione che denuncia il senso di precarietà, di non legottimità, vissuto da molti cittadini, italiano e non.

Fino al 6 dicembre; Srisa, gallery of contemporary art; via San Gallo 53, Firenze; info: www.santareparata.org