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In giro per Artissima

Un traguardo troppo arduo da superare in un anno di crisi quale il 2013, quello degli incassi ottenuti nella scorsa edizione di Artissima, che, nel 2012, aveva chiuso a più 3 milioni e mezzo di euro. Eppure sempre abbondante l’affluenza di pubblico, molto italiano e poco straniero, che alle 18 del 7 novembre attendeva trepidante fuori dalle porte dell’Oval Lingotto per assistere al decollo di Artissima 2013. La fiera, tra le più accreditate del panorama nazionale, preannunciata carica di entusiasmanti premesse dalla rigorosa direzione artistica di Sara Cosulich Canarutto, si rivela molto convincente in termini di struttura organizzativa, ampliamento delle sezioni ordinarie e selezione degli espositori, ma piuttosto deludente nelle scelte espositive delle singole gallerie, e ancor più dell’area musei in mostra. Un plauso alla presenza di realtà straniere, senza dubbio le più interessanti, sono in ben 130 da circa 38 paesi diversi, per un totale di 190 gallerie partecipanti. Ai non italiani il merito di proporre stand coerenti e progettuali in grado di restituire un’idea chiara e univoca delle scelte artistiche, al contrario, a guastare molti nomi nazionali, purtroppo anche nella Main Section, la foga di voler esporre tanto e male. L’effetto mercatino di chi ha voluto mostrare di tutto un po’, affiancando opere di artisti lontani anagraficamente e stilisticamente, risponde a una logica puramente commerciale che stride con il rigore da sempre dimostrato dal comitato di selezione della fiera nella selezione delle gallerie partecipanti. Confermati i cinque collaudati settori d’esposizione, la Main Section dove si concentrano le realtà più rappresentative a livello mondiale, New Entries dedicata alle giovani gallerie con meno di cinque anni di attività, Present Future, sezione rivolta ai talenti emergenti proposti in spazi monografici, Back to the Future, per gli artisti attivi negli Anni Sessanta e Settanta e a partire da questa edizione anche Ottanta, ed infine Art Editions rivolta alle edizioni d’arte internazionali. Ad accogliere il pubblico nel cuore della fiera, i particolari allestimenti della sezione Present future, una delle più meritevoli. Una folla continua guarda dentro lo stand della T293, dove una piramide di cuscini, realizzata da Patrizio Di Massimo, cela la presenza di un uomo sommerso; dall’ammasso morbido e colorato due grandi piedi si muovono lentamente scomodando riflessioni esistenziali e carnali nella relazione tra soffocamento e esagerazione. Interessante la galleria filippina Tin-aw, dove l’artista Alfredo Esquilino Jr. rielabora il concetto di loob (io interiore) in relazione con lo spazio domestico; nel dualismo interno-esterno una cassa a croce latina mostra un dipinto classicheggiante dai temi a metà strada tra ritualità e sacralità. In Back to the future, nello spazio della galleria Bianconi, notevole l’esposizione di fotografie di Marcello Iori (opere degli anni ’70) rappresentative di una ricerca espressiva in dialogo con più media.

Tra le New entries uno degli stand meglio riusciti è invece quello di Upp (Venezia), che propone soli due artisti in dialogo fra loro sul tema del “riflesso”; da un lato Michal Martychowiec, polacco ventiseienne, proietta mere figure geometriche colorate riportando la forma e il significato della stessa al livello zero, e domandando, nell’opera a neon affianco, How far can you see? Dall’altro, invece, il trentenne veneziano Ryts Monet, evoca il mito del vaso di Pandora, creando una parete di mattoni d’alluminio specchiata che “riflette” e fa “riflettere”. Per chi vi si avvicina, colpisce la percezione di una fuoriuscita di voci, data dall’accorpamento di 82 testimonianze audio riprodotte in simultanea, espressione dei mali globali dei tempi moderni. Sempre tra gli ultimi arrivati, la galleria Co2, di recente trasferimento da Roma a Torino, valorizza la scultura, mettendo in primo piano le opere in gesso di Giulio Delvé e gli ermetici ibridi scultorei di Andrea Dojmi. Seppur nell’eterogeneità dei lavori esposti, decisamente interessanti le opere di Robert Barta, artista ceco, che propone un lavoro 2d di forte impatto sullo spettatore e Nemanja Cvijanovic e le sue stampe digitali su alluminio con fori di proiettile, entrambi della galleria Furini. Passando a stand con opere di valore superiore, forse troppe tutte insieme per le ragioni anzidette, non si può non menzionare la Photo&Co. di Torino la cui foto di Maimouna Patrizia Guerreschi attira irrimediabilmente il pubblico. L’artista ormai nota da tempo per il suo legame all’Italia e al Senegal, riempie di simbolismo le proprie immagini, lasciando che l’islam dialoghi con le altre religioni monoteiste grazie ad una serie insolita di punti di congiunzione. Nella serie Meating, giovani africani si “siedono a tavola” con davanti non cibo, ma residui bellici, ricreando un’anomala convivialità. Tra gli altri artisti della Photo&Co, colpiscono le sculture-pitture in filo do Emil Lukas e la ricchissima selezione frutto della retrospettiva Emilio Isgrò. Modello Italia (2013-1964), dove l’artista cancella giornali, leggi, carte geografica, e allo stesso tempo ricalca e enfatizza il concetto di identità culturale. Da vedere le proposte della Triumph Gallery di Mosca, che spaziano dai lavori del giovane Vladimir Potapov, il cui omaggio a Beuys mostra una tecnica particolare di pittura su più strati di plexiglass quasi tridimensionale, al Recycle art group (Blokhin e Kuznetsov i protagonisti) la cui etica sostenibile ricombatta, riassembla r rivaluta gli scarti del consumismo. Da dimenticare la sezione dedicata ai musei in mostra, monotona e didascalica, eccezion fatta per la spietata foto Children of a Lesser God di Mat collishaw esposta dalla Gam e le opere del giovane artista Renato Leotta proposte dalla Fondazione Spinola Banna, la cui mission dal 2004 è proprio quella di sostenere progetti di giovani artisti. Guardando all’unica vera novità dell’edizione in corso di Artissima, vi è la nascita di “Flash Back”, progetto diretto da Stefania Poddighe e Ginevra Pucci, il cui slogan di lancio, lascia perplessi: “Tutta l’arte è contemporanea”; forse solo un pretesto per accogliere nel mondo del contemporaneo l’arte antica. L’idea, inoltre, non è poi così nuova, visto che già il modello Frieze Masters faceva da capofila, tuttavia, certamente forti le motivazioni di carattere commerciale, che in un momento di svalutazione del mercato contemporaneo vedono al contrario risalire le quotazioni dell’antico. Last but not least, una nota di merito alla Voice gallery Marrakech di Rocco Orlacchio che propone una serie fotografica dell’artista tedesca Julia Krahn appartenente al progetto Mother loves you. Con pose statuarie, una figura percorsa da sacralità, di una donna dalle sembianze mariane, ricorda come la Madre non è solo corpo, ma terra, spirito e luce, fonte generatrice rintracciabile in tutte le cose. Infine l’altra interessante proposta della galleria sta nella serie di Bianco-Valente che, con Linea di costa (2013) segna in rosso dei confini geografici di cultura, di nazionalità e di accidentalità, lasciando lo spettatore partecipe di un processo poetico di ricucitura del mare alla terra. Un’Artissima dalle somme incerte sulla quale l’ultima parola potrà dirsi solo domenica al termine del fine settimana. Quel che è certo è che, seppur del tutto neutralizzata la concorrenza di Paratissima, ingrandita e svilita negli ex mercati ortofrutticoli (MOI), The Others mette pericolosamente in discussione quelli che un tempo erano le prerogative della Fiera delle fiere.

 

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