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La poetica di Giovanni Gaggia

Giovanni Gaggia è un artista marchigiano, nato a Pergola (Pesaro Urbino) nel ’77. Lavora principalmente con performance che diventano poi video. Nelle sue espressioni creative si possono ritrovare tante sfaccettature: la ritualità, il rapportarsi alla natura e agli elementi della natura, il cercare metafore di rigenerazione, l’interrogarsi sul concetto di vita; tutti aspetti che fanno parte di un discorso spirituale che Gaggia vive attraverso le azioni, concrete e insieme allusive. L’incontro con l’altro e con il luogo viene vissuto come fonte di ispirazione per creare un approccio all’arte che si sviluppa attraverso la qualità intellettuale e attraverso il tempo. «Un tempo che sento necessariamente lento, scandito dagli elementi primari della natura come l’acqua, la luce, il sangue, la terra», riflette l’artista che continua: «il tempo delle stagioni, il tempo della neve o quello delle lucciole, il tempo della terra e del suo rigenerarsi: tutto ciò agisce nella mia esistenza ed è quindi inevitabile che il mio fare ne sia fortemente contaminato». E in questo lasso temporale si svolge l’azione che ha il sapore della ritualità, simile alle funzioni liturgiche, per instaurare un rapporto con un pubblico chiamato a «trascendere la vita terrena e superare la carne» in un forte coinvolgimento spirituale e di comunicazione. L’esistenza dell’uomo diventa soggetto principale: il mistero che nasce intorno all’umanità non ha soluzioni, gli artisti si misurano spesso con questo abisso, e come dice Gaggia: «inconsapevolmente l’artista attinge a fonti sapienziali profonde e che, citando Jung, forse si confondono con il più vasto inconscio collettivo». In Gaggia si rivela: «un bisogno profondo di vita, un innato desiderio di rendere eterne le tracce di un’esistenza» donando «il risultato a chi vede senza alcuna pretesa di risposta. » Il suo lavoro si origina dall’espressione corporea, la conseguenza naturale è stata il misurarsi con l’organo cuore: «Se il corpo che studio è quello umano, allora diventa di grande interesse il suo essere vitale ed è indubitabile che il cuore ne rappresenti l’energia essenziale e generatrice. In senso strettamente fisiologico con il suo pulsare, ma ancor di più nella sua valenza altamente simbolica». Elemento cardine è il contatto con l’altro: l’altro, secondo l’artista, ti introduce in un più profondo rapporto con il tuo ego; ciò che Gaggia sperimenta è l’accogliere per generare empatia. Nel suo percorso acquista valenza il rapporto femminile-maschile: l’interesse si posa sulla mancanza di femminile nella società di oggi. «Il femminile – dichiara – è in ogni essere umano e rappresenta la Madre, nell’accoglierti amorevole, nell’ascolto, nell’accudimento. Ecco, in questo senso mi piace seguire l’evoluzione delle differenze uomo-donna partendo dal presupposto che sia il maschio a dover compiere molti passi in avanti». Proponiamo qui il video di documentazione di Sic dulce est, mostra di Gaggia che si è svolta nel giugno 2013 a Firenze a palazzo di San Clemente – Archispazio sede della Biblioteca della facoltà di Architettura e che consiste nella relazione fra il video della performance Ali Squamose, performance realizzata alla Fabbrica Borroni di Bollate Milano nel 2008, e disegni dell’artista. In Ali squamose tre cuori di maiale vengono aperti da altrettanti artisti uomini, fra cui Gaggia, in modo da richiamare le ali di farfalla, da cui il titolo: il gesto porta dalla morte alla rigenerazione, dal dolore alla sua riparazione, cose che si esprimono nella sembianza della farfalla e che si leggono poi nell’atto successivo in cui una donna, artista, ricuce i tre cuori con dei fili. E la donna ci riconduce alla vita, al superamento di sensazioni e sentimenti doloranti attraverso l’azione del cucito: «ricucire vuol dire unire ciò che non lo è più, vuol dire suturare una ferita, vuol dire ricomporre una forma cercando di renderla eternamente perfetta. La donna è la Madre. È il femminile che ha il ruolo di tenere insieme la famiglia. In quella donna che cuce i cuori vi scorgo un mondo forse perduto ma potente dal punto di vista simbolico, vi scorgo una madre di famiglia seduta di fronte al camino nell’atto di rammendare i calzini del marito», dichiara l’artista. Il sangue e il cuore diventano: «vocazione alla vita» e «il cuore, qui, potrebbe essere visto come il contenitore dell’anima che si libra in volo nel momento stesso in cui la vita cessa, appunto come una farfalla leggera che va a posarsi altrove», parole di Gaggia. I colori dei fili utilizzati sono il nero, l’argento e l’oro perché si riferiscono alla trasformazione alchemica come evoluzione spirituale dell’umanità, che l’artista associa a una riappacificazione e una rianimazione affettive, dove essenziale è la rinascita. Spesso il commento sonoro nelle opere di Gaggia è espresso dai rumori della natura, mentre qui il commento sonoro è la canzone Ma che freddo fa di Nada per la malinconia che si manifesta nelle parole. Le riprese e il montaggio del video sono di Lisa Piotto. I disegni in mostra nascono dalle impronte lasciate dai cuori sezionati in Ali squamose, dal loro sangue, cui successivamente l’artista ha accostato gli interventi grafici con farfalle e oggetti appartenuti alle vittime del DC-9 precipitato ad Ustica, oggetti che hanno trasmesso una forza vitale all’artista quando li ha visti al museo della Memoria di Ustica a Bologna, da qui l’ispirazione. Gaggia e Cristina Petrelli, curatrice della mostra, con il titolo Sic dulce est, hanno voluto sottolineare un legame dolce fra la performance Ali squamose e il sangue come liquido pulsante e vitale che esiste nelle tracce lasciate sui disegni. Sei anni fa Gaggia ha deciso di aprire le porte della sua casa alle persone del mondo dell’arte e ai visitatori: così è nata Casa Sponge, luogo di incontro situato a Pergola in provincia di Pesaro e Urbino, un luogo dove si respira l’arte e dove Gaggia vive e lavora. www.giovannigaggia.it

 

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