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Dal computer al mosaico

La galleria Valentina Bonomo, situata a pochi passi dal portico di Ottavia nell’antico quartiere ebraico di Roma, ha inaugurato una nuova mostra in occasione della nona giornata del contemporaneo. Si tratta della terza personale romana per l’artista Julian Opie. Il londinese per l’occasione presenta al pubblico italiano le sue ultime soluzioni tecniche ed estetiche: lavori dal tratto definito, fluido e fumettistico, che, come di consueto nella sua pratica artistica, si caratterizzano per l’estrema immediatezza con cui si offrono allo spettatore. Julian Opie è ormai presente da tre decadi esprimendosi attraverso differenti media: street art, video, film, musica, sculture, a cui si aggiungono i mosaici. Nonostante ciò il suo lavoro, grazie al suo caratteristico tratto, è altamente riconoscibile. A Opie piace sperimentare diverse soluzioni formali e tecniche per testate e comprendere la risposta del pubblico. Egli si preoccupa di indagare il concetto di rappresentazione: come il volto umano e la forma sono presentati attraverso l’arte. Reso con la tecnologia digitale, il mondo di Opie è, di fatto, una meditazione sul gioco complesso fra la natura e l’artificio, tra il segno e la realtà osservata e sperimentata. Ma, nonostante la sua ricerca sia fresca e moderna, l’artista si confronta e punta una connessione con il passato: dai fregi egiziani alla ritrattistica, fino a giungere al mosaico.

Proprio da una recente collaborazione, infatti, con Costantino Buccolieri  (l’apprezzato mosaicista noto nell’ambiente dell’arte contemporanea per aver realizzato progetti di famosi artisti del calibro di Mimmo Paladino, Enzo Cucchi o uno dei maggiori maestri del Novecento italiano, Mario Sironi ) nascono i nuovi lavori a mosaico. I due ritratti frontali, presenti in galleria, trasferiscono e traducono un’immagine elaborata al computer nell’antica tecnica del mosaico di tradizione romana. Per la prima volta sono anche esposti lavori dalla serie Walking studios, nei quali Opie esplora il mondo del quotidiano, cogliendo le azioni più banali delle persone in strada. Anche questa serie, come le due teste scolpite al laser, si caratterizza per l’essenza della forma attraverso un processo di minimalizazione del segno. Ciò nonostante le forme, anche se stilizzate, riescono a restituire la peculiarità e l’espressività del soggetto ritratto. Abbiamo incontrato l’artista, con l’occasione gli abbiamo posto qualche domanda.

La serie Walking studios, si pone in continuità con la tua ricerca ma allo stesso tempo introduce qualosa di nuovo. La differenza risiede principalmente nei soggetti ritratti. Chi sono queste persone? «Le chiamo Wild people. Sono persone che fotografo per la strada di cui non conosco l’identità, non so nulla di loro. È’ la prima volta che non uso modelli e non gli suggerisco cosa fare. La maggior parte di loro sono turisti. Li ho ritratto rifacendomi alle tradizionali pose della ritrattistica del XVIII secolo, ma dandogli una connotazione contemporanea. Mi piace giocare con le connessioni e i riferimenti, storici e culturali. Questa è la mia tavolozza. Ma anche se i miei riferimenti sono la pittura, non sono un pittore; queste sono delle serigrafie, lavorate al computer, faccio uso delle tecniche pubblicitarie».

Il tuo approccio all’arte è molto pratico. Le teste scolpite nonostante la tridimensionalità appaiono piatte. Quali sono i passaggi realizzativi e quali gli intenti? «Faccio uso della tecnica scultorea ma anche in questo caso si ha l’impressione che si tratti di un dipinto. Il primo passaggio è una scannerizzazione laser della testa, poi ho fatto realizzare una scultura a tre dimensioni e per ultimo il colore. Inaspettatamente il risultato finale è simile ad una falsa pittura piatta. È stato lungo arrivare a un risultato che mi soddisfacesse. Il mio intento era fare in modo che le sculture si allontanassero da un effetto reale».

Quali sono i tuoi riferimenti? «Riprendo degli elementi dal comix, dai manga minimalisti, immagini di animazione e light drowing. Proprio per far in modo che i volti assomigliassero all’animazione giapponese e ai manga. ho scelto questa soluzione delle ombre».

Anche i mosaici sono una soluzione visuale nuova. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a utilizzare questa antica tecnica? «Per quanto riguarda i mosaici ritengo ci sia una connessione particolare tra i tasselli e i pixel dell’immagine informatica e della fotografia digitale di bassa qualità. Dunque quello che mi ha incuriosito è la similitudine della ricerca utile a restituire una buona risoluzione dell’immagine, un problema comune sia della tecnica del mosaico (che faceva uso di micro tasselli), sia dell’immagine digitale di oggi».

Julian Opie è nato a Londra nel 1958. Il suo esordio risale all’inizio degli anni Ottanta dopo aver frequentato la Goldsmith’s school of art. Dal 1983, anno della sua prima personale alla Lisson gallery di Londra, inizia un’intensa attività espositiva. Le sue opere fanno parte delle collezioni dei maggiori musei d’arte contemporanea del mondo, tra cui la Tate modern di Londra. Recentemente, sono state dedicate a Julian Opie mostre presso il Mak di Vienna, la Art tower mito Japan, museo Kampa Praga, Institue of contemporary art Boston e museo di Indianapolis, Usa.

Fino all’ 11 novembre; galleria Valentina Bonomo, via del portico d’Ottavia 13, Roma; info: galleriabonomo.com

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