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Cinquant’anni dal Vajont

Confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, 9 ottobre 1963. Sono trascorsi cinquant’anni da quando un’enorme frana (260 milioni di metri cubi di roccia) scivolò dal monte Toc sopra Longarone, piombando con il boato di un’esplosione nell’invaso artificiale della diga del Vajont. Voluta dal conte Volpi di Misurata – fondatore e presidente della società adriatica per l’energia elettrica, uno dei monopoli più potenti dell’epoca – la diga riuscì a tenere l’urto, ma l’ondata d’acqua che fuoriuscì si riversò nella valle – Erto, Frassen, San Martino, Col di Spesse, Patata, il Cristo, Casso, Pineda, Longarone, Codissago, Castellavazzo, Villanuova, Pirago, Faè e Rivalta le frazioni coinvolte – spazzando via qualsiasi cosa e provocando la morte di 1.910 persone. Una ferita ancora aperta per l’Italia, in primis per il presidente delle Repubblica Giorgio Napolitano, che in un messaggio ha riaffermato come il cedimento della diga non sia stato frutto del caso, bensì di un errore umano («Il ricordo delle quasi duemila vittime e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale induce a ribadire che quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità»).

Oggi il genocidio di un’intera comunità, provocato dalla mano criminale di una classe industriale priva di scrupoli e da uno stato incapace di difendere il territorio e i suoi cittadini, riecheggia nel graphic novel Vajont, storia di una diga (15 euro), sceneggiato da Francesco Niccolini (drammaturgo e sceneggiatore, da molti anni studia e scrive per Marco Paolini e per molti altri attori e registi teatrali) e ottimamente disegnato da Duccio Boscoli per Becco Giallo. Una tragedia, quella del Vajont, che cela ancora molte ombre: troppi i punti da chiarire e numerose le responsabilità da accertare. In tal senso questo volume, 144 pagine in bianco e nero, rappresenta anche un omaggio alla memoria di quanti hanno perso la vita, alla fermezza di quanti hanno mantenuto fermo il ricordo della sciagura e che si sono prodigati nella ricostruzione delle comunità. Perché il disastro del Vajont è la storia dell’esclusione di intere popolazioni da scelte che mettevano in gioco la loro vita. Scelte che poi sarebbero state trincerate dietro una sola, fredda parola: fatalità.

Info: www.beccogiallo.org

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