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Il Kounellis epico

È come se tornasse bambino Jannis Kounellis esponendo nel cantiere navale di Trieste. La mostra, curata da Davide Sarchioni, costringe l’artista a un’immersione nella sua memoria, dove al ricordo del mare, sempre presente nei suoi occhi di greco, si aggiunge la voce paterna che per la prima volta portò il figlio in questa città di porto. Non deve stupire il debole per l’acqua salata di Kounellis, non deve meravigliare la sua passione per le navi (se consideriamo che il padre era ingegnere navale); i suoi accumuli materici, gli assemblaggi di materiali poveri, partono da qui: dalla pratica del cantiere. Le premesse, così, sono perfette per un’esposizione che sembra costruita per l’artista come un abito da sarto, esatto come una seconda pelle. Allora ecco che lo spazio viene invaso dalle installazioni del creativo: resti consunti di barche in legno inutilizzate da anni e un significativo numero di sedie per la mostra semplicemente chiamata Kounellis, Trieste.

Il salone degli Incanti è il naturale teatro di questa esposizione minimale che vede come pezzi esposti, appunto, navi (o quello che ne resta) e sedie, tante sedie. Come un’eco si fonde nella sala la storia personale di Kounellis con quella passata dell’edificio, per secoli crocevia di lingue culture diverse come ogni città di porto che si rispetti. Un contrasto di fondo anima la mostra: quelle imbarcazioni costruite per navigare, oramai distrutte e consunte dalla salsedine, sono arenate immobili nel pavimento del percorso, senza alcuna possibilità di ritrovare il mare, comunque rievocato come un tatuaggio sui loro legni.

E poi quelle sedie sparse per il salone che sono una citazione allo straniamento tanto praticato da Breich nelle sue opere. Le sedie, insomma, stanno lì come stanno dentro un teatro davanti al palco: a ricordare che tutto è finzione, che la mostra (ogni mostra) è una costruzione umana che appartiene al mondo della fantasia e che con la realtà ha poco con cui spartire. Difficile non legare a questa mostra l’aggettivo di epico, sia pure per il semplice fatto che Kounellis si rialaccia al teatro che guarda caso è nato proprio in grecia, dove è nato anche lui, dove ha passato la sua infanzia a guardare le navi passare chiedendosi dove fossero dirette. Ora lo sa, da nessuna parte, forse sono state sempre ferme.

Fino al 6 gennaio; salone degli Incanti, ex Pescheria, Trieste; info: www.triestecultura.it

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