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La vie en rose di Savini

La mostra di Maurizio Savini, curata da Giulia Abate, inaugurata ieri sera in via San Pietro in carcere e aperta al pubblico a partire da oggi, non è al complesso del Vittoriano. In realtà è in un altrove parallelo in cui veniamo catapultati non appena vi accediamo. Saranno le sue abilità di scenografo, oltre che di artista, a riuscire a ricreare, seppur in un piccolo spazio, un’atmosfera fiabesca fatta di animali di varia specie e di superfici specchiate riflettenti. Un mondo ricoperto da una coltre di neve rosa, la cifra stilistica che caratterizza l’artista, il suo marchio di riconoscibilità inequivocabile. Come tante belle addormentate, assopite dal torpore che contraddistingue la nostra condizione sociale contemporanea, ci avviciniamo per guardare meglio questi fuochi fatui e ci pungiamo con il fuso nascosto. Scopriamo allora che questi oggetti rosa shocking non sono altro che specchietti per le allodole, dietro ai quali si cela l’immensa potenza della delusione, titolo scelto appunto per l’esposizione.

Le immagini confortanti e dal carattere ludico che ci circondano a una prima occhiata, la riconoscibilità e la familiarità di quegli oggetti modellati in gomma da masticare rosa, iniziano a sembrarci ostili e minacciose a una seconda occhiata, tanto più quando ci pieghiamo per guardare meglio il simpatico gorilla in veste pop e scorgiamo tra le sue fauci la scritta Fuck you. Ed è questo il momento in cui capiamo che dobbiamo approfondire il loro significato, andare oltre l’apparenza e svelarne il contenuto celato al di là delle loro sembianze. Dall’inizio della sua carriera Savini è passato dalla degradabilità delle Big Babol, alla consistenza del vetroresina e all’evanescenza di installazioni a parete luminose, perché la sperimentazione è per lui parte irrinunciabile del lavoro creativo. Il mondo di Savini non è fatto solo di animali e di rosa, ma di disillusioni, che egli cerca di comunicarci sotto forma di conigli, orsi e maiali per indorarci la pillola. Gli scheletri del nostro presente e passato si mimetizzano in un mondo in cui trionfano le immagini e si plasmano in esso grazie al calore della gomma riscaldata, impressi al suo interno come calchi nella cera.

Quando ce ne accorgiamo la scelta è in mano nostra: soffermarci a riflettere o restare a contemplare quel mondo ovattato che è solo la patina di porporina rosa costruita in questi anni di declino. E forse i responsabili di esso sono proprio tra noi, presenti all’esposizione, appesi su uno stendino rosa sotto forma di bandiere nazionali e internazionali, recintate da un sottile filo di spine, rosa anch’esso. I simboli del potere si offrono a noi cristallizzati, alcuni in bianco, come la scultura di un Putin danzante a grandezza naturale che emerge dal fondo della sala, altri in rosa, perché il rosa è il colore della seduzione femminile, dei buoni sentimenti e la chewing gum è indirettamente il simbolo dell’illusione del capitalismo americano. Maurizio Savini presenzia all’inaugurazione vestito di tutto punto e indossando dei grandi occhiali di plastica rossa: forse un messaggio per comunicarci che lui lo strumento per guardare oltre le illusioni ce l’ha e adesso, tocca a noi.

Fino al 15 settembre; complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma

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