La primavera non c’è più

C’era un tempo in cui nelle Ardenne scorrazzavano i carri armati con la svastica, a tentare l’ultimo colpo di coda hitleriano contro i ragazzi dello zio Sam. Quel luogo e quel tempo, un grigio inverno d’una guerra che pareva infinita e dove nessuna primavera di bellezza si profilava all’orizzonte, torna col medesimo senso della fine in un contesto del tutto diverso, per mano di due talentuosi registi – belga lui, statunitense lei – che a due passi da casa hanno girato un’opera fuori dagli schemi e dai grandi circuiti come La quinta stagione. Titolo che fa il verso a un’altra storia di guerra, La quinta offensiva, stavolta nella ex Jugoslavia, per narrare tutt’altro conflitto: quello tra l’uomo e la natura. La natura imbarbarita dall’uomo e l’umano segnato, piegato dalla terra, tornato ad ataviche paure e antichi tremori per qualcosa che la civilltà urbana occidentale neanche più concepisce, se non come saldi per il ricambio delle vetrine: il mancato cambio di stagione. L’opera visionaria, delirante e inquietante, a tratti geniale, con cui Peter Brosens e Jessica Woodworth ridanno corpo a un medioevo prossimo venturo si distacca dai cliché del catastrofismo da ultimi giorni prima dell’apocalisse per l’uso onirico delle immagini, tipico di certa visionarietà fiamminga alla Bosch o Bruegel. «Un’opera cinematografica straordinaria», ha definito Ermanno Olmi il film, che dopo vari riconoscimenti internazionali ha vinto a Venezia il premio Arca giovani e il Green droop per la sua sensibilità in tema di ecologia e sviluppo sostenibile.

Terzo capitolo di una trilogia dedicata alla natura, dopo Khadak girato in Mongolia e Altiplano in Perù, anche la nuova pellicola del duo Brosens & Woodworth, da oggi nelle sale, si snocciola come scena seriale di un unico quadro: un’esposizione filmica dove emerge la matrice videoartistica della coppia e colpisce la fotografia di Hans Bruch Jr, capace di rendere la luce dell’inverno belga ancora più livida e tetra. Quadri di desolante bellezza formale fanno così da contraltare all’agonia di un tempo e di una realtà, da sottofondo a un horror collettivo dove la bella stagione si rifiuta di arrivare. E all’inverno ognuno reagisce come sa e come può, mentre gli alberi cadono e la terra si rifiuta di rigenerarsi, in questo angolo di mondo metafora del mondo, fuori dal tempo e dalla tecnologia, dove la vita si misura ancora sui binari della ruralità. C’è chi vende giorni della speranza come elisir di lunga vita e chi prepara grigliate sotto la neve, come nulla fosse. E mentre i più si abbrutiscono in un clima da caccia alle streghe e cupio dissolvi, a due adolescenti, Alice (Aurélia Poirier) e Thomas (Django Schrevens), il compito di ridare speranza ai giorni e una parvenza di normalità, vivendo una nuova stagione diversa dalle altre, orrorifica e perenne, nell’attesa di una primavera non proprio di bellezza. Vedi il trailer.

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