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Parole che generano immagini

«La distinzione formale tra fotografo e curatore si riduce alla possibilità di guardare attraverso gli occhi degli altri. La passione per la fotografia non si esaurisce nel momento in cui poggiamo il nostro strumento professionale; al contrario ci spinge a osservare quello che ci circonda, a sfogliare libri, a guardare mostre e a pensarne delle nuove, e a volte, se si è fortunati, può portare a condividere idee». Non è affatto scontato che il curatore di una personale fotografica sia, egli stesso, un fotografo. Alessandro Danini de Sylva – sue le parole sopra citate – rappresenta una piacevole eccezione. È sua la curatela, infatti, dell’interessante mostra Conversazioni notturne, accolta dal pastificio Cerere a Roma fino al 26 luglio. La rassegna presenta un progetto inedito del fotografo Stefano Graziani, che si interroga sul profondo significato della rappresentazione e sulla relazione tra immagine e coscienza. Fotografare equivale ad aprirsi alla possibilità di un incontro. In Conversazioni notturne ogni fotografia è un incontro e, a differenza di quanto avviene nell’osservazione quotidiana della realtà, nelle inquadrature di Graziani si può vedere un solo soggetto per volta. Nessuna parsimonia, però. Annullando ogni riferimento spazio temporale, le sue immagini individuano una serie di unità discrete attraverso cui si sviluppa un iter di conoscenza del mondo, dunque una sua interpretazione. Non c’è nulla di banale nell’operato di Graziani, men che mai nel titolo del lavoro, che indica un forte legame con il subconscio; un generoso mix di dubbio, incanto, fantasmi, sogni e bizzarri accadimenti.

«Per arrivare a Conversazioni notturne siamo partiti dalla possibilità di nominare questa specifica sequenza di immagini con le parole “logico e documentario”; era uno dei modi per alludere alla specificità della fotografia. Poi abbiamo preso un’altra direzione, che potesse essere quella di poter pensare alle immagini che sono generate dalle parole o dalle conversazioni». Battute di Graziani (fotografo e laureato in architettura, classe 1971, vive e lavora a Trieste), che senza troppi giri di parole risponde alla domanda – questa forse sì, scontata – in merito all’apparente, scarso legame che le immagini in esposizione hanno tra di loro. «Non penso appaiano necessariamente slegate, direi che non procedono per serie di oggetti simili. Sono fotografie che a volte rivelano degli accadimenti, sono nella maggior parte dei casi degli incontri o delle apparizioni, sono delle risposte a una serie di domande che mi sono posto mentre facevo questo lavoro». E i ragionati spazi bianchi che tengono insieme gli scatti? «Gli spazi bianchi sono un dato che varia – insiste il fotografo – e anche la sequenza delle opere in una mostra può cambiare. Credo che questo possa essere una riflessione interessante sul fatto che quando pensiamo alla composizione di un libro c’è un momento in cui questi spazi bianchi non possono più variare». Dunque in questa nuova serie di opere, come per la precedente Under the volcano and other stories, estraendo l’immagine dal suo contesto informativo e sottraendole l’utilità originaria, Graziani muta – assai bene – il documento fotografico in un potente strumento di stimolo dell’inventiva. La creatività ringrazia.

 

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