Cosa si intende per scritti inediti? Il quesito lo solleva Elena Pontiggia, curatrice della raccolta di scritti di Mario Sironi, presentata lo scorso lunedì alla Quadriennale di Roma. Con Scritti inediti, 1927-1931, della casa editrice Abscondita, infatti, il pubblico di lettori e appassionati di arte contemporanea, viene incuriosito dinanzi a un piccolo libro che, come un girocollo di perle preziose, racchiude una quarantina di testi di Mario Sironi, apparsi sul Popolo d’Italia fra il 1927 e il 1931 e da allora mai più ripubblicati. «Inediti ma non troppo», capitola l’autrice in dialogo con Lorenzo Canova e Carlo Fabrizio Carli, chiedendo che vengano considerati tali anche quegli scritti da anni dimenticati.
Al di là del desiderio di dare unità a testi più o meno inediti, dunque, il senso della raccolta è tuttavia duplice, per un verso, svela l’interesse a un’insolita presentazione di alcuni fra i protagonisti dell’arte italiana del secolo scorso, restituita dallo sguardo incrociato e critico di altro artista quale Sironi, d’altro canto, in particolare nella postfazione, la Pontiggia ricostruisce un’interessante indagine atta a dimostrare come tra i testi proposti, lo stile di alcuni tradisce diversi falsi. Seppure tutti gli articoli non possono non riscontrare nel lettore odierno il naturale interesse che si prova nel leggere la cronaca di mostre passate, specie ove tra i protagonisti di tali vernissage si rinvengono nomi di grandi maestri, quali Fattori, Gola, Wildt, e le gesta degli allora esordienti Fontana, Sassu, Manzù, Cantatore, De Amicis, Regina, Andreoni, Di Terlizzi e altri ancora, quello che più stupisce è tuttavia la scoperta degli intrusi nelle recensioni proposte a firma di Sironi. In frasi come “la mostra reca viva soddisfazione”, l’autrice incredula dinanzi all’impiego di parole così scarne tirate e banalmente evangeliche, proverà come quel Sironi, che entra nel vivo delle opere con occhio attento e meticoloso, cercando il perché di ogni gesto, mai avrebbe potuto scrivere frasi simili e mai avrebbe potuto esser confuso con il cronista ecumenico dal “bello facile”.
Lo stile di Sironi, già complesso in pittura, si fa inconfondibile in scrittura, laddove, di consueto nei suoi testi prende parte, spiega, entra nel merito, rilevi che già la critica Margherita Sarpatti evidenziava nella prima metà del ‘900. Sempre beneamata per il pittore delle periferie, l’occasione per dibattere su problemi stilistici, come il superamento del verismo e dell’impressionismo, la critica al divisionismo e al secessionismo, il dialogo fra modernità e classicità, il valore non decorativo del colore, ma anche per ricucire divari ideologici quali il rapporto fra arte e fascismo. Del resto, «Quando un artista parla di altri artisti, in realtà sta parlando di sé» ribadisce la Pontiggia nel presentare una lettura trasversale delle cronache sironiane, laddove per Sironi mai la critica al lavoro degli altri artisti diviene oggetto degli articoli, bensì quasi sempre, l’obiettivo principe degli stessi è la messa in luce delle proprie idee. Idee indubbiamente grandiose sottolinea l’autrice, e alla domanda su cosa c’é di grande, bello e coinvolgente nell’occuparsi di Sironi? risponde, «Avvicinandosi all’artista si viene in contatto con qualcosa di grande, che supera l’uomo, che va al di là della forza, della potenza espressiva della pittura e del disegno, dell’ineguagliabile sapienza nell’uso del colore. È come trovarsi dinanzi all’infinito, non avrebbe senso fermarsi alla mera retorica del grande, Sironi restituisce una immensa esemplarità di cui abbiamo tutti bisogno».
Mario Sironi, Scritti inediti, Abscondita, 92 pagine, 12 euro


