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La cultura europea è salva

Alla fine ha prevalso il buon senso suggerito dal parere di indirizzo espresso a maggio dal Parlamento europeo: l’eccezione culturale è salva e negli accordi commerciali bilaterali tra Usa e Unione europea la cultura, compreso il settore audiovisivo, non rientrerà nel libero scambio. Ciò significa che le potenti piattaforme online statunitensi di distribuzione dei contenuti, tra cui Google, Apple, Netflix e Amazon, non potranno agire indisturbate nell’Europa dei 27, ma dovranno rispettare i vincoli imposti dalle cosiddette red lines che proteggono le produzioni europee. Nella notte tra venerdì e sabato, quando ormai tutti, compresi molti eurodeputati e commissari europei, pensavano che non ci fosse più speranza per salvare la clausola relativa alla cultura è arrivato il colpo di mano e a Lussemburgo i ministri del Commercio dei paesi Ue hanno invertito quello che ai più sembrava un esito scontato. «È una grande giornata per la cultura europea. Con l’esclusione dei servizi culturali e audiovisivi dall’accordo commerciale con gli Stati uniti da parte del Consiglio dei ministri del Commercio estero, vince la linea per cui ci siamo battuti al Parlamento europeo». Lo ha dichiarato Silvia Costa, eurodeputato del Pd in commissione cultura, che ha seguito dall’inizio la vicenda. Sarà contento anche Lorenzo Fontana, Lega Nord, anche lui in commissione cultura, che proiprio ieri a Inside Art diceva: «Non riteniamo di equiparare la cultura a una merce, questa convinzione è la direttrice alla base del nostro no all’ abolizione dell’eccezione culturale». Ma cosa è successo sul tavolo della trattativa per fare accadere quello che tutti consideravano molto improbabile? La minaccia avanzata con insistenza dalla Francia di porre il veto sull’accordo se non fosse stata preservata l’eccezione culturale ha sicuramente influito in modo rilevante. Ma di sicuro tale posizione è stata rafforzata dall’indirizzo espresso il 23 maggio scorso dal Parlamento europeo che aveva celebrato l’importanza dell’industria culturale continentale, chiedendo alla Commissione europea che la cultura non fosse trattata nei rapporti commerciali alla stregua delle salsicce e degli insaccati. Possono esultare adesso i registi, i cineasti e i produttori cinematografici, che rischiavano di essere le vittime sacrificali di una deliberazione di senso opposto. Erano loro, infatti, a temere di finire risucchiati da una concorrenza impari con la distribuzione online made in Usa, che avrebbe rischiato di inondare il mercato europeo di prodotti nazionali Usa scoraggiando il consumo di pellicole europee. Con il rinnovo dell’eccezione culturale, invece, ogni rete televisiva europea continua ad avere l’obbligo di riservare almeno il 50 per cento della sua programmazione alla produzione europea. Da vent’anni a questa parte su tale cavillo normativo si è fondata l’esistenza e la proliferazione di una grande industria audiovisiva in Italia e in Francia, soprattutto, ma anche negli altri paesi membri. Un patrimonio che ha dato vita a scene indimenticabili, a pellicole d’autore e a mitiche interpretazioni. A un’identità culturale, insomma, che è giusto difendere, tutelare e custodire.

 

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