Lo sguardo dell’artista è il sottotitolo della mostra dedicata ad Antoni Tàpies a palazzo Fortuny, a Venezia, che riesce a creare un rapporto estremamente intimo tra le opere esposte, gli oggetti provenienti da diverse collezioni, gli spazi che li accolgono e l’osservatore stesso. Si tratta dello sguardo di Tàpies come artista – che in un’intervista video qui presentata si definisce una sorta di stregone, mago o comunque creatore – e anche come esploratore di mondi differenti, che l’hanno portato ad avvicinarsi a filosofi, scrittori, poeti, musicisti e a discipline diverse, come il buddismo. Se da una parte troviamo Tàpies-artista e dunque i suoi lavori, dall’altra troviamo oggetti e opere che ha collezionato. Vi sono anche i suoi strumenti di lavoro, raccolti su grandi scaffali, che non sono solo pennelli naturalmente, ma i più vari, visto che i materiali utilizzati sono i più diversi: gesso, colla, polvere di marmo, sabbia, legno e ferro, la rugosità del supporto, in una commistione di pittura e grafica, collage e assemblaggio. La mostra, curata di Daniela Ferretti, Natasha Hébert, Toni Tàpies, Axel Vervoordt e Gabriella Belli, nasce dalla stretta collaborazione con la famiglia Tàpies.
La maggior parte delle opere provengono dalla collezione privata dell’artista – recentemente scomparso – opere che principalmente erano conservate nel suo studio, assolutamente inedite, mai esposte prima. Queste specialmente si trovano in un contesto espositivo particolare, di grande effetto, all’ultimo piano. Lo stesso curatore Axel Vervoordt aveva ideato questa installazione per accogliere esposizioni precedenti, ma è utilizzata solo in occasione di alcune mostre. Si entra in una struttura architettonica che è una lettura contemporanea di un tipico stile giapponese, o meglio di un movimento di pensiero giapponese, il wabi-sabi, la bellezza imperfetta. Si tratta di una forma di ritorno alla semplicità nell’uso degli spazi e dei materiali (poveri, di recupero) – che originariamente si poneva in reazione all’eleganza ostentata, in Giappone, del barocco prima e del rococò poi. In questo caso specifico il recupero dei materiali ha avuto un’interpretazione del tutto veneziana, ovvero sono state usate principalmente le bricole – i caratteristici pali di legno uniti insieme per segnalare le vie d’acqua e il limite delle acque basse – mentre le pareti dai colori fangosi rimandano al paesaggio lagunare. Le pedane, tecnicamente tokonoma, sono anch’esse realizzate con legni di scarto. All’interno di questo delicato labirinto espositivo, vi sono le opere di Tàpies, tra le ultime realizzate ed esposte qui per la prima volta. Un’opera per ogni ambiente. Ciascuna vibra individualmente grazie al calibrato uso dell’illuminazione che coinvolge in un dialogo diretto e intimo con essa e, nonostante lo spazio in sé sia estremamente affascinante, non ruba la scena alle opere stesse, ma ci convive, armonico e intenso. Qui si trovano anche oggetti provenienti dalla collezione privata dell’artista, come un poncho inca, uno spartito di John Cage, insieme ad altri della collezione di Axel Vervoordt: posti per assonanze, per intuizioni, vanno a completare la lettura dell’universo di Antoni Tàpies, tutto ciò di cui si circondava e che lo stimolava. Dunque, scendendo al piano nobile, troviamo nuovamente ciò che gli apparteneva amalgamato alla selezione permanente degli oggetti di Marino Fortuny, anche lui spagnolo e grande collezionista: una lunga teca di vetro contiene antichità, reperti archeologici, curiosità in linea con l’apertura mentale e culturale di entrambi – come ad esempio una scultura africana della tribù Bakongo e una statua di Ganesh. Nell’ampio salone campeggiano tele di enormi dimensioni, tra cui Esfinx, del 1989. Il segno di Tàpies è assolutamente riconoscibile. Largo e fluido, solitario o stratificato, manifesta costante la profonda riflessione sul passaggio del tempo, e allo stesso tempo sull’operare artistico. In catalogo vengono riprodotti molti passaggi delle sue pubblicazioni, essendo anche prolifico scrittore.
Grande sperimentatore, si inserisce in quell’ampia corrente che ha invaso Usa e Europa dopo la Seconda guerra mondiale, toccando la sensibilità degli artisti e modificando la maniera di fare, e pensare, l’arte. Siamo nel vortice dell’arte Informale che, trovando le sue radici in un periodo storico drammatico e di malessere, produce comunque un motivo di rinnovamento. Tàpies è uno dei capisaldi di questa rinascita. Si rivolge a una pratica assai ampia, che nell’opposizione stereotipa fra reale e astratto sceglie la via di una pittura di materia e segno apparentemente priva di preoccupazioni per una strutturazione formale. Il linguaggio dell’Informale è la materia nel suo continuo modificarsi da forma a forma, mostrando in un certo senso i passaggi e gli intervalli delle sue metamorfosi in atto. Il suo territorio è sfuggente, la sua materia, la sua gestualità sono insieme dati psichici e dati fisici, non escludono né l’automatismo né una sorta di controllo dell’intenzionalità. Procede contro ogni rigidità, freddezza e strutturazione di tipo manieristico, di rappresentazioni per schemi, in direzione irrazionale: è una reazione alle restrizioni compositive o figurali, vuole essere originario e non sottostare a modelli codificati, essere in sostanza un linguaggio autonomo. Le tematiche che tocca la critica (italiana) nei confronti dell’Informale sono diverse. C’è chi si limita a cercare le differenze delle varie denominazioni, chi cerca una ragione profonda del cos’è o del cos’è stato, come movimento, corrente, convergenza di maniere, stili, idee, comunque come non-avanguardia. Chi vede quest’arte come estremamente individualistica, come chiusura dell’artista in se stesso e nel suo fare arte, e come indagazione di nuove possibilità tecniche di fare arte. Chi invece come apertura sul mondo, come l’artista si mette in relazione al mondo circostante, alla società, e alla storia. C’è chi vede nell’Informale la morte dell’arte, ovvero morte del vecchio concetto europeo di arte, e chi lo considera come unica alternativa al suicidio. C’è chi cerca una certa continuità con tradizioni precedenti, chi guarda a possibili affinità con discipline extra-artistiche. Si tratta, in definitiva, per citare Michel Tapié, di un’arte altra, autre.













