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Merletti intorno all’isola

Tra Burano e Torcello vi è un’isola meno conosciuta (dai non veneziani). San Francesco del deserto appare all’orizzonte come un’opera di Böcklin, potrebbe essere una sesta versione dell’Isola dei morti. Forse è solo suggestione, data dalla pioggerellina inglese e la foschia. Qui mancano le alte rupi, ma vi è la stessa atmosfera di silenzio, ovattata dai cipressi che la circondano, austeri. Vi abitano solo padri Francescani, dal Duecento. Ma dal primo giugno al 20 agosto, ospiti speciali sono alcune installazioni site-specific che si stagliano lungo il versante settentrionale: alcune emergono dalle acque, altre percorrono il giardino, a partire dal chiostro centrale del monastero. Oltre il paesaggio mistico è il titolo della mostra accolta dalla comunità dei Frati minori – non poteva avere titolo migliore, rimanendo aperte le diverse interpretazioni – curata da Simonetta Gorrieri, organizzata da Artlifefortheworld, in collaborazione con il ministero per i Beni e le attività culturali, le associazioni Laguna fla escursioni, Nordestsudovest, Ottonote edizioni musicali, con il patrocinio dell’Assessorato comunale alle Attività culturali, della regione Veneto e dello Iuav.

Undici gli artisti invitati: Julia Artico, Nicoletta Freti, Pam Longobardi, Chicco Margoli, Stefano Passerotti, Livio Seguso, Lucia Sterlocchi, Mara Grazia Rosin, Lorella Salvagni, Maria Luisa Sponga, Barbara Toffano. Le ultime quattro artiste portano interventi di Land art in acqua, a pochi metri dalla riva, su fondali a volte temporaneamente appena emergenti. Quando la marea sussurra (Barbara Toffano) oscilla, cullata dai lievi movimenti delle acque lagunari, si muovono gli steli che compongono l’installazione, e tintinnano le campanelle da pesca in cima a essi. È un’opera che vive in simbiosi con l’ambiente – come ci fossero piante, funghetti acquatici, che incarnano il tempo della laguna. Di un altro tipo di tempo, quello personale, del vissuto, parla l’ala inclinata di Trasvolare (Lorella Salvagni) sommersa alternativamente – a seconda delle circostanze della vita. Il tempo del viaggio è immobilizzato in Ulisse non c’è (Maria Luisa Sponga), in cui una provvisoria imbarcazione ancorata ondeggia al vento, seguita da silhouettes di sirene che paiono recitare “Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci / ferma la nave, così potrai ascoltarci. / Nessuno è mai passato di qui senza / fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto, / chi si è fermato se ne è andato dopo / aver provato piacere e acquisito più conoscenza”. (Omero, Odissea, libro XII).

Maria Grazia Rosin installa incredibili zampe di insetto alte più di tre metri, che fuoriescono minacciose dall’acqua, come si trattasse di un caso di mutazione genetica. Morbide macchine carnivore sono moduli in vetro soffiato realizzati a Murano. Se in questo caso l’artista collabora con un maestro Vetraio (Sergio Tiozzo), vi è un altro caso su cui ci soffermiamo per parlarne, in cui la collaborazione avviene a Burano, con la maestra Merlettaia Sandra Mavaracchio. Riportiamo le indicazioni del progetto dell’artista. “Cerco la sintonia dell’opera con l’ambiente con cui mi relaziono. Con la tecnica dell’uncinetto creo un macro centrino del diametro di circa 20 metri, realizzato con filati compatibili con l’ambiente, tenuto teso ed aderente alla barena da picchetti, che condiziona con garbo la crescita del manto erboso. Instauro con l’ambiente un rapporto di analisi interna modificando artificialmente la barena e, controllando il baro attraverso la crescita selettiva del fitto manto di cespugli, dò forma al disegno ispirato al frattale, riproducendolo con l’alternanza di pieni e di vuoti. Il richiamo è sul delicato equilibrio della laguna, con particolare attenzione alla peculiare attività artigianale della vicina Isola di Burano”. L’intento è dunque quello di realizzare un intervento che controlli, seguendo un dato disegno, la crescita del baro (dal veneto: cespuglio, ciuffo d’erba) – la caratteristica vegetazione delle barene, terreni tipici lagunari che vengono periodicamente sommersi dall’acqua a seconda delle maree. L’isola di San Francesco del deserto è appunto circondata da barene, ed è qui che il progetto dovrebbe prendere forma, seguendo la trama di un immenso merletto che riproduce frattali riscontrabili in natura, ovvero quei comportamenti matematici che vengono definiti nella geometria di un disegno naturale apparentemente caotico. Il progetto, opera a sé stante, è realizzato su diversi pannelli con tecnica mista: interventi digitali di rendering e collage con merletto.

La barena è un termine tecnico-scientifico tipico della zona.

«È un termine che descrive un fenomeno particolare della laguna veneta, nel nord Adriatico. Vedo le barene come merletti. Monitorando e indirizzando la crescita del baro, vorrei ricreare questi miei motivi. Fino ad ora ho fatto un lavoro digitale, un rendering, si tratta di un progetto. La tecnica del merletto e del ricamo ha alcune affinità con il modulo dei frattali. Un esempio di frattali in natura è il cavolo romano, che riproduco in questa immagine, colorando le erbe lagunari con questa tonalità del fiore di lymonium. Il fiore di lillà a luglio ha questo colore».

Guardando l’immagine della sovrapposizione digitale di un merletto sulla laguna, si vede comunque la forma originaria e l’andamento delle piante nella barena.

«Si vede anche in questa seconda immagine, che ricalca un disegno frattale liquido. Ci fosse un paesaggista, un architetto paesaggista in grado di realizzarlo, si potrebbe dare vita a questo che attualmente è solo a livello progettuale».

L’immagine satellitare da dove viene?

«Ho fatto la richiesta al magistrato alle acque, sono delle immagini zenitali ad altissima definizione».

Hai altri lavori simili?

«Sì, ne ho fatti altri».

Concentrando poi l’attenzione sulla lavorazione a merletto vera e propria dell’opera stessa, ci viene in aiuto la maestra merlettaia Sandra Mavaracchio, svelando i principi base di quest’arte, complicata nella tecnica anche solo a parole: «Sulla carta oleata si disegna la trama che si vuole riprodurre, poi sotto si pone la carta pagliata e un pezzo di stoffa. La stoffa serve solo per applicare successivamente il merletto su qualcos’altro, ad esempio su un cuscino. Come strumento serve un tombolo di legno, che aiuta a non prendere la carta, che serve esclusivamente per seguire il disegno. L’imbastitura, cioè il filo di contorno, si fa con la Singer a pedale, la macchina che si usava cento anni fa per cucire, che non deve lasciare tracce, e poi si lavora con l’ago. Il merletto viene teso come una ragnatela tra i vari punti dell’imbastitura in modo tale che rimanga sulla superficie. Quando il lavoro è finito, si stacca dalla carta, e ciò che rimane è il merletto, che viene delicatamente sfilato dall’imbastitura con una pinzetta».

Acquisita più conoscenza – come Ulisse – su questa isola remota, torniamo all’approdo con il dispiacere di lasciarla, e con la speranza di vederle intorno, la prossima volta, un merletto lagunare.

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