Giornalista, classe 1951, Sandro Medici ha un progetto tutto suo per la cultura capitolina che poggia sulla condivisione. Con la sua espressione «fare spazio» intende rivitalizzare un circuito di esperienze creative e artistiche che considera sottovalutate, dal teatro Valle occupato agli altri gruppi indipendenti. È candidato sindaco nella capitale alle elezioni del 26 e 27 maggio prossimi a capo della lista Repubblica romana, in coalizione con altri movimenti. Ha già alle spalle un’esperienza politica come amministratore in un municipio romano ma sembra avere le idee chiare sul tema della cultura nel caso diventasse sindaco. Azzarda anche ipotetiche nomine all’assessorato e sovrintendenza ai Beni culturali: «Al primo vedrei bene Elio Germano mentre alla sovrintendenza chiederei a Salvatore Settis». Quanto all’eventuale ballottaggio Medici glissa: «Appoggerò chi saprà riaccendere la luce».
Sandro Medici, quali sono le priorità per la cultura a Roma?
«Lo direi con una formula: fare spazio. A me pare che Roma sia incagliata tra due impossibilità: i suoi ventotto secoli di storia come mummia polverosa da preservare, nel caso migliore, o più correntemente da lasciare al suo destino; dall’altra parte, la trasformazione della città in una Disneyland frenetica, affollata, che vende i pezzi migliori del patrimonio, i marchi più noti, a un consumo turistico usa e getta. Fare spazio significa rimettere in comunicazione la città, i suoi abitanti, i suoi artisti e i suoi giovani, con la sua storia, il suo paesaggio, la sua straordinaria cultura. Ed è quel che stanno facendo i gruppi indipendenti più vari, il più noto dei quali è il teatro Valle occupato. Questi gruppi rivendicano il diritto a un nuovo modo di creare arte e cultura: collettivo, condiviso, partecipato, contemporaneo, includente, democratico. Dunque, la mia priorità, da sindaco, sarà sostenere e generalizzare queste esperienze, renderle istituzione, sebbene rispettando sempre la loro indipendenza. Roma potrebbe diventare nel ventunesimo secolo quel che Parigi era all’inizio del ventesimo. O almeno potrebbe provarci».
Che ricette propone per il rilancio di istituzioni culturali uniche come auditorium, Maxxi, i due musei Macro, il teatro dell’Opera, il Palazzo delle esposizioni?
«Quando sogno, vedo un grande dibattito cittadino e non solo – perché Roma è una città europea e globale – di intellettuali, artisti, per capire come e chi debba rilanciare, come voi dite, questi spazi. Ma in generale penso che la vita debba irrompere anche nei musei o nel teatro dell’Opera, per fare in modo che divengano parte viva della quotidianità. E d’altra parte siamo in un passaggio d’epoca, da un secolo all’altro e da una civilizzazione all’altra, come la crisi generale segnala: quindi non c’è che l’imbarazzo della scelta, su quali percorsi culturali, visivi, musicali scegliere, tra quelli che descrivono questa transizione».
Negli ultimi anni alcuni musei hanno lamentato una decrescita del numero di visitatori. A cosa è dovuta questa flessione a suo giudizio?
«Al fatto che il turismo di consumo evita di turbare i suoi clienti con cose troppo complicate, mentre la città si sente estranea a una cultura che appare polverosa. Poi bisogna incentivare le visite nei musei con riduzioni dei biglietti e ingressi gratuiti per i giovani. E rilasciare maggiore spazio ai linguaggi della contemporaneità».
Si sta sviluppando un dibattito sul bando dell’Estate romana. Non ci sono molti soldi e alcune storiche manifestazioni culturali rischiano di scomparire. Che opinione si è fatto?
«L’Estate romana è morta da tempo. Tranne alcune lodevoli eccezioni è diventata se va bene intrattenimento, se va male mercato. Inoltre se si prosciugano le casse del comune assumendo parenti e camerati, buttando miliardi nelle grandi opere e verso istituzioni culturali che offrono solo repertorio e antologia, non c’è spazio per le forme espressive più innovative e per la cultura indipendente».
Cosa propone per ridare fiato a questa importante rassegna?
«Sono stato molto vicino a Renato Nicolini. Ad esempio quando l’inventore dell’Estate romana si è candidato a sindaco e io sono stato eletto per la prima volta in consiglio comunale nella sua lista. E anche se non sono lui, direi che, come alla fine degli anni Settanta si trattava di invogliare la gente a uscire di casa nonostante la cupezza di quei tempi, oggi, con la crisi che taglieggia le vite delle persone, si tratterebbe di lasciar intendere che insieme ci si difende meglio. Specialmente i giovani, a cui è stato rubato il futuro. E ci sono tanti artisti, attori, poeti, danzatori, narratori che la macchina dell’industria culturale e la tv ignorano, a cui, invece, dovremmo offrire palchi».
Rapporto tra pubblico e privato. Come risolvere questo antico, e sempre attuale, rapporto a vantaggio dello sviluppo della cultura a Roma?
«Non ho nulla contro i privati, purché stiano alle regole stabilite dall’amministrazione pubblica, e non ho nulla contro il pubblico, purché non crei labirinti burocratici e clientele. Ma sono soprattutto a favore dell’iniziativa cittadina, anche in questo campo, che è la sola garanzia di interesse collettivo e di controllo, se funziona davvero. Comunque definire una strategia di politica culturale significa soprattutto favorire la libera circolazione della creatività e della progettazione».
Quale futuro ha il festival del Cinema di Roma? Come vorrebbe rilanciarlo?
«Rinunciando alle paillettes veltroniane e alle sciatterie alemanniane. Nel mondo ci sono esempi straordinari di festival, come il Sundance negli Stati Uniti o il festival di Locarno, o quello di Berlino, che aprono spazio, di nuovo, a una produzione cinematografica indipendente che è vivace anche da noi e che però non trova finanziamenti o sbocchi. Il problema è trovare una sintesi tra l’immaginario cinematografico che Roma trasmette al mondo intero e valorizzare anche qui i nuovi linguaggi dell’audiovisivo».
Se diventasse sindaco chi nominerebbe assessore ai Beni culturali?
«Non vorrei indicare un solo nome. Se si facesse quel grande dibattito sul destino culturale e urbanistico del paesaggio a Roma troveremmo linee da seguire di cui uno o l’altro potrebbero diventare interpreti. Comunque, se proprio devo fare un nome direi il temerario e inquieto Elio Germano».
E ha una rosa di nomi per la sovrintendenza ai Beni culturali di Roma?
«Il mio desiderio segreto sarebbe chiedere a una personalità come Salvatore Settis di assumere questo incarico. I suoi libri sulla dissipazione del nostro patrimonio, del nostro paesaggio, sono un’ispirazione per tutti noi. Ma ci sono molti studiosi all’altezza, secondo me, anche a Roma. E comunque mi affiderei a una condivisione con le realtà culturali indipendenti. Meno parrucconi e più scapigliati».
Qual è l’ultimo museo o mostra che ha visitato? E l’ultimo concerto?
«Ho visto, nonostante il turbine elettorale, la mostra di Alighiero Boetti al Maxxi. Anni fa collaborava con il Manifesto ed ero curioso di vederne l’evoluzione. Quanto alla musica, ho sentito Patti Smith all’Auditorium. Non per nostalgia degli anni Settanta, per quanto sentire cantare Power to the people sia sempre una consolazione, ma appunto perché credo sia possibile restare critici e farlo nei modi, con le parole e le note, adatte ai cambiamenti epocali che attraversiamo. O che ci attraversano. Patti Smith ci riesce benissimo. In realtà l’ultimo concerto che ho ascoltato è quello che l’Orchestra di piazza Vittorio ha regalato alla mia lista Repubblica romana. Questo è esattamente il modello artistico della Roma che vorrei: multiculturale, meticcia e contemporanea».
All’eventuale ballottaggio con chi firmerebbe l’alleanza?
«Alemanno ha spento Roma, restiamo in attesa di qualcuno che riaccenda la luce. Noi siamo già con il dito sull’interruttore. Nel caso stessimo fuori dal ballottaggio, invece staremo accanto a chi avviterà le lampadine».


