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Vaticano, tris d’artisti in Laguna

Benvenuti  nel padiglione Vaticano. Il segreto di Pulcinella meglio custodito della Biennale di Venezia, ormai al via, si è inverato. Il trio d’artisti scelti dalla commissione papalina dopo più di un ripensamento e varie defezioni è realtà. L’omaggio alla volta Michelangiolesca di Tano Festa apre le danze – le opere saranno donate ai Musei Vaticani – condotte da Lawrence Carroll, Josef Koudelka e Studio Azzurro. Tre gli artisti, altrettanti i momenti della presenza ecclesiatica a Venezia, non vincolata ai temi dell’arte sacra ma ad altrettanti spunti della Genesi, interpretati ognuno a suo modo dal trio di artisti.

«Quello che vedete ancora nella sua provvisorietà è pensato ad hoc per il nostro padiglione e vede tre momenti: creazione, decreazione e ricreazione, rinascita, non vincolati a tale schemacità». A spiegarlo è Micol Forti, direttrice della sezione contemporanea dei Musei Vaticani e, di fatto, cocuratrice del padiglione, insieme ad Antonio Paolucci. «Studio Azzurro – prosegue – presenta tre momenti di una nuova creazione che parte dall’uomo. Il momento del caos è affidato a Josef Koudelka, la cui storia è legata alle foto degli zingari e dell’invasione di Praga del 1968. In questa circostanza il suo lavoro riflette su cosa sia oggi decreazione, si tratta di varie gigantografie dove si sussegue la distruzione della storia e del tempo, della natura e del pianeta. Il terzo elemento, più delicato, è quello della ricreazione, la morte che non coincide con la fine, affidato agli oggetti abbandonati e agganciati alle grandi tele di Lawrence Carroll, che aspettano una nuova vita. La rinascita non è una risposta ma una possibilità da offrire attraverso le nostre vite, un viaggio che ognuno dovrà percorrere».

A fare il punto su una delle questioni aperte del padiglione, quella economica, è monsignor Pasquale Iacobone, direttore del Pontificio consiglio della cultura della Santa Sede, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi: «Non volevamo dare adito a sperperi inutili, abbiamo realizzato il nostro padiglione con una somma assi contenuta, appena 750mila euro, tutti offerti dagli sponsor. Certe elucubrazioni uscite da parte di alcune agenzie di stampa che parlano di milioni di euro sono del tutto false».

Ravasi tocca invece un altro punto controverso della presenza della Santa Sede a Venezia, quello dell’arte sacra. «Il problema dell’arte sacra nella sua forma liturgica è ben presente in noi, questo è un padiglione di transizione. Sarà papa Francesco, a cui avrò l’onore di presentarlo, a decidere come continuare questo percorso di arte e di fede», dichiara il cardinale. «L’arte contemporanea è al centro degli interessi del Pontificio consiglio della cultura», spiega il presidente, «perché costituisce una delle espressioni più significative della cultura di questi decenni. Così si è deciso di promuovere, per la prima volta, la partecipazione della Santa Sede alla Biennale di Venezia con un tema fondamentale per la tradizione e la cultura della chiesa: la Genesi. Quanto agli artisti contattati – aggiunge – Bill Viola, come pure Iannis Kounellis, era nella lista, non è potuto essere presente ma ha mandato una lettera bellissima. La scultrice colombiana Doris Salcedo aveva presentato un progetto affascinante, un lungo manto di materiale organico, ma il microclima di Venezia non era adatto».

«La Biennale è un luogo per sua essenza di partecipazione», dichiara Paolo Baratta, presidente dell’omonima fondazione,  «non è un mercato dove si dispongono le opere in relazione al loro valore venale, né un’accademia ove si dettano regole. La scelta della Santa Sede – conclude – coincide con un periodo nel quale l’arte contemporanea, un tempo oggetto di attenzione di ristrette minoranze, ha rotto gli argini ed è diventata oggetto di attenzione di una sempre più vasta comunità: è diventata popolare».

Eccolo dunque, il senso più profondo di questo padiglione. Coram populo, la chiesa si affaccia sulla laguna per ribadire, in linea con la nuova immagine che vuole dare di sé al mondo, una vocazione popolare, un avvicinarsi ai mutati gusti e alla percezione del suo gregge, per meglio guidarlo nei fallaci passi della modernità. Con quali esiti e se ciò produrrà anche una selettiva intelligenza del gusto e una rinnovata, qualificata committenza, per usare ancora le parole di Baratta, è tutto da dire. Per ora, un primo sasso è gettato nello stagno veneziano, o meglio nella palude della contemporaneità.

 

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