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Le sculture della memoria

“Non credo di aver scelto io il nero. Penso che lui abbia scelto me per dire qualcosa. Si diceva che il bianco e il nero non fossero colori, ma sto cercando di dirti che per me è il colore totale. Significa totalità. Significa: contiene tutto”. Queste parole aprono la grande antologica dedicata a Louise Nevelson (Pereyaslav 1899; New York 1988), in programma al Museo Fondazione Roma, a palazzo Sciarra, dal 16 aprile al 21 luglio. Un focus importante dedicato alla grande scultrice statunitense, di origini russe, a cura di Bruno Corà, che intende soffermarsi sul contributo dato dall’artista all’evoluzione delle arti plastiche nel secolo scorso. Il percorso espositivo, arricchito da un elegante allestimento, ripercorrendo le maggiori tappe creative della sua vita, presenta le terrecotte e i disegni degli anni Trenta, tre rare opere bianche degli anni Cinquanta, tre opere oro degli anni Sessanta, le serigrafie, i collage, ma soprattutto le opere nere. Tra queste la monumentale “Hommage to the universe”, una scultura lunga circa 8 metri, realizzata nel 1968. Oro, bianco e appunto nero: la scelta operata dalla Nevelson sembra cadere su colori neutri, in realtà sono risoluzioni cromatiche capaci di restituire sfumature e chiaroscuri, di avvolgere le forme in armoniche composizioni dominate dall’equilibrio. «Fondamentale nel suo lavoro è la dimensione meditativa, la memoria come elemento connettivo – spiega il curatore– mentre il nero unifica gli elementi e il rapporto tra luce e ombra trova maggiore risalto». Influenzata dalla cultura dada, l’artista, con nuova consapevolezza, muove la sua ricerca in direzione dell’assemblaggio, impiegando legno e parti di mobilio recuperato per le strade di New York. «La scultrice – continua Corà – già a partire dagli anni Cinquanta, anticipa il concetto di riuso rivelando una sensibilità fuori dal comune. Questo, insieme alla frontalità delle sculture, è l’elemento più innovativo della sua produzione». Il legno, il nero, il bianco e l’oro: la cifra stilistica della Nevelson si racchiude in questi elementi magistralmente combinati, dove la forma rimodellata restituisce dignità agli oggetti, dove, come lei stessa dice, “rivive una grande memoria di tanti secoli”. «La riflessione sul vissuto e sulla memoria è uno degli aspetti centrali nella sua opera, nella quale, insieme all’elaborazione della forma e dello spazio, si evidenzia il tempo, con tutte le sue dimensioni di passato, presente e futuro», conclude Corà.

Dal 16 aprile al 21 luglio, Fondazione Roma, palazzo Sciarpa, via Marco Minghetti 22, Roma. Info: www.fondazioneromamuseo.it

 

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