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Electric Sarajevo, Madrigals

Mettono le cose in chiaro dal principio gli Electric Sarajevo. Tutto ciò che c’è da sapere su di loro è scritto sulla copertina dell’album autoprodotto Madrigals. L’immagine di una macchina sulla strada messa in prospettiva richiama alla memoria Autobahn dei Kraftwerk, la croce, in trasparenza sull’infinito del panorama, omaggia i compagni d’oltralpe Justice. Comincia a parlare dallo scaffale dei dischi il quartetto romano e allontana i fan dell’indie folk come l’aglio i vampiri. Trovare una chitarra acustica fra i nove brani dell’album è la speranza di chi cerca un ago nel pagliaio.

Denso e omogeneo il lavoro d’esordio è una stanza zeppa di roba, uno spazio dove a fatica si riesce ad entrare tanto è pieno. Cemento armato impenetrabile che cancella ogni zona vuota: nell’album non esistono silenzi. È forse questo muro di suoni che più di ogni altra cosa definisce l’album. Suoni deformati, distorti, rumore e massa da palco sono i compagni di viaggio per chi si appresta ad ascoltarli. Definirli elettrici sarebbe come aggettivare l’acqua bagnata.

Stracci metal regalano densità alle composizioni: la voce rubata dagli strumenti è grave e profonda; le chitarre graffiano la melodia con arpeggi di fango. Tutto mira alla definizione di un suono compatto che tanto più sa di artificiale quanto all’ascolto è distante e freddo, impenetrabile come l’acciaio. Il gruppo non manca di sorprendere con stacchi melodici che rendono digeribili canzoni altrimenti complesse. Lo dicevamo all’inizio, il disco è un vaso che va aperto con le dovute precauzioni.

 

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