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San Valentino tra cult e pulp

Che il pulp sia cult, ormai, è un dato di fatto. E anche un po’ pop. Non solo grazie a Quentin Tarantino ma perché certe cornici, tipo quella di San Valentino, esaltano il dato di cronaca che 24 ore dopo (o prima) finirebbe sepolto a pagina 27. È appunto la forza della ricorrenza, e quella dedicata all’amore e ai suoi protagonisti è certo la più semplice da impastare in un mix di sangue, scandalo, sesso e contraddizioni per il suo stesso, sfumato codice genetico. Non serve certo tornare alla strage omonima del 1929 firmata dal compaesano Al Capone nella Chicago del proibizionismo – anche perché, in quella situazione, di lovers proprio non ce n’erano in giro – per rispolverare le tappe attraverso le quali la festa degli innamorati s’è trasformata da appuntamento romantico a topos culturale contemporaneo.

Dice: in realtà è una cosa classica, non riguarda i giovani, chi se lo fila più San Valentino, a parte il vescovo di Terni, nei libri, nelle canzoni, al cinema, nell’immaginario collettivo, nell’aria che respirano i nostri cervelli. Quel vescovo che girava con le rose rappacificando coppie litigiose, riferimenti da smielati vecchio stile. Povero martire. Sbagliato. Ma proprio di grosso. Non solo perché tracce dell’amore che diventa il suo opposto e fa poi il percorso inverso fioccano ovunque – penso per esempio a un pezzo dei fighissimi bolognesi My Awesome Mixtape, The saint valentine’s day massacre – ma anche perché la categoria amore/odio è ormai quella attraverso la quale scandagliamo la post-modernità. Anzi, per dirla con alcuni testoni della sociologia, la post-post-modernità. Non c’è più amico/nemico, con buona pace del fumino Carl Schmitt. Piuttosto, quella dell’amato/odiato. In politica, imbottigliati in macchina, nell’amicizia, nello sport. E poi, ovviamente, nei rapporti interpersonali: San Valentino, ormai, è tutto l’anno. Sempre la musica, non scordiamocelo, c’ha regalato uno dei più grandi gruppi alternative della storia, i melliflui My Bloody Valentine, padri fondatori dello shoegaze. Segno che la goccia rossa che cola proprio il 14 febbraio – magari per sbaglio, com’è successo poche ore fa in Sudafrica – è stata una perversa suggestione troppo forte da scacciare. Altro che la melassa che si aggira in queste ore su Spotify.

Il cinema, non ne parliamo, su quelle suggestioni c’ha lustrato le casse dei botteghini. Anche con stile, bisogna dirlo: penso, tanto per dirne uno, all’horror cult movie del 1981, Il giorno di San Valentino, diretto da George Mihalka: roba nata per cinefili dall’alito cattivo, un omaggio ai film slasher low-cost e diventata però ben presto di culto in mezzo mondo. Tanto da tirarne fuori, quattro anni fa, un discutibile remake in 3d di cui avremmo volentieri fatto a meno. Roba da marketing che con la poesia dell’amore fa a cazzotti.

Sugli scrittori e il loro rapporto con le ferite del cuore servirebbe mezzo tomo da 800 pagine. Da Alda Merini, che nei suoi versi quel rapporto distorto l’ha dipinto meglio di chiunque altro, passando per Antonio Tabucchi oppure Erri De Luca, che di San Valentino non saprebbe che farsene, forse il più grande interprete dell’amore quotidiano, lancinante, fatto di oggetti e momenti e respiri e sguardi. Altro che il cortesissimo Geoffrey Chaucer e l’accoppiamento degli uccelli. D’altronde, che San Valentino nasca un po’ anche dal basso degli scantinati umani – o almeno dalla violenza – sta scritto nella Storia, quella con la esse maiuscola: la festa fu infatti istituita nel 496 da papa Gelasio I. Perché? Bhè, il pontefice sperava di anestetizzare la paganissima ricorrenza dei Lupercalia, fra le più intestine e raccapriccianti della civiltà romana. Un corto circuito fra culti nordeuropei (lupo) e mediterranei (capra) intriso di grasso, sudore, sangue e fango, che segna fin dalle radici tutto il sapore agrodolce del 14 febbraio. Celebrare la fertilità della primavera, che aspetta sbarazzina dietro l’angolo, scacciando i demoni di un inverno colorato di rosso rubino.

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