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Maxxi, fioccano le polemiche

Il Maxxi nuovamente nell’occhio del ciclone. Prima il commissariamento affogato in un mare di polemiche, un avvicendamento forzoso piovuto dal Mibac che ha lasciato esterrefatti gli addetti ai lavori. Poi, negli ultimi giorni, il niet alla proiezione del film di Bill Emmott. Fino a oggi, con l’eco, rimbalzata nelle cronache, della notizia relativa alla nomina di Francesco Spano come segretario generale della fondazione Maxxi. Avvocato, 34 anni, qualche incarico sparso qua e là, tra consulenze e attività di libero professionista. Ma soprattutto collaboratore storico di Giovanna Melandri, ex ministro delle Politiche giovanili e oggi presidente del Maxxi. Si è visto affidare un incarico da ben 72mila euro annui lordi. La cassa di risonanza della notizia, diffusa dal Corsera questa mattina, sono stati i social network. Su Twitter impazza la polemica, dominata da un semplice cinguettìo che riassume tutti gli altri: «Il Maxxi è il primo museo costruito per ospitare politici invece che opere d’arte». Provi a contattare Alessandro Bianchi, ex direttore generale del museo ma ti imbatti in un assordante silenzio e un rifiuto a lasciare dichiarazioni. Idem dall’interno del museo, mentre Ludovico Pratesi commenta con un caustico: «Siamo in Italia. È meglio cambiare aria». La sensazione che prevale è lo sconcerto per un’altra nomina che poco sembra avere a che fare, almeno in apparenza, con gli obiettivi artistici e culturali promossi da un polo museale così prestigioso e autorevole come il Maxxi. Il messaggio che viene colto all’esterno, difficile da dissolvere con le giustificazioni legittime addotte dal museo per cui le «nomine dirette sono lecite», è che le logiche che governano il museo siano diventate rispondenti al metodo dello spoil system. Un metodo buono, fino a un certo punto, per gestire l’apparato amministrativo dello stato ma non idoneo a comandare le tendenze artistiche e i movimenti culturali di cui un luogo come il Maxxi è uno dei principali custodi a livello europeo. La notizia si è trascinata dietro, puntualmente, le schermaglie della politica: «Il Maxxi è diventato il salottino di casa della Melandri alla faccia della cultura, della competenza e della trasparenza» ha criticato Marco Marsilio, dal centrodestra romano. Salotto o meno, fare di tutto perché si continui ad alimentare l’idea che i musei siano lottizzati dalla politica non può che fare male alla salute e all’offerta artistica italiana. E mentre la destra va all’attacco, nell’imbarazzato silenzio della sinistra, anche le associazioni dicono la loro. È di oggi una lettera aperta, a firma Raffaele Gavarro e Daniela Trincia, in cui si denuncia la nomina di un collaboratore dove «non si è tenuto in nessun conto il profilo curricolare ma solo delle relazioni preesistenti». E si chiede pertanto alla Melandri di dimettersi dalla presidenza del museo per dimostrare «un minimo di sensibilità istitizionale e culturale», e ai vertici del Pd, in particolare a Nicola Zingaretti, candidato alla presidenza della regione Lazio che avrà un suo rappresentante nel cda del museo, quale sia la loro idea di trasparenza e meritocrazia per il rilancio della cultura in Italia, tema al centro tra l’altro della sua campagna elettorale. Adesioni su firmaperilmaxxi@gmail.com. Per un’istituzione come il Maxxi, la cosa non può che far danno.

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