L’esordio dei Blue Willa

I Blue Willa si contraddicono perché contengono moltitudini, Walt Withman sarebbe d’accordo. Esce per la Famosa etichetta trovarobato l’album omonimo del gruppo ed è un continuo ritrattare le note precedenti con le successive. Il lavoro sembra mirare a un compromesso, che ringraziando il cielo non viene raggiunto, fra tanti quanti sono i generi che rientrano sotto la definizione di rock. Un’etichetta di stile, anche solo posticcia, sarebbe un a bugia. Nelle undici canzoni, il lavoro oscilla continuamente fra punk, psichdelia, elettronica, grunge, post-punk e progressive dove i vari movimenti si presentano senza soluzione di continuità o convivono in un tutto omogeneo. I Blue Willa costruiscono paesaggi ampi fatti di suoni vaghi che danno il cambio a spazi claustrofobici scolpiti da timbriche crude e definite. Il collante, quando c’è, è il silenzio.

Il vuoto, infatti, occupa nell’album un peso specifico, stracci di composizione che danno profondità al lavoro, che chiudono un vecchio movimento per introdurne uno nuovo. Anche se raramente le canzoni superano tempi radiofonici (tolti i sei minuti di Vent e Spider compensate, però, dai due minuti di molte delle tracce) il lavoro è quello di decostruire l’idea classica di composizione, ingombrante eredità del Brit pop, in favore di un susseguirsi di colori che se anche si presentano come ritornelli ,regalano l’idea di una sorpresa imprevista e non definibile a priori. Contrariamente a gran parte del panorama Alt rock i Blue Willa non si sbrodolano addosso e riescono a mantenere un’apertura inedita nelle canzoni. Se ascoltando per esempio gli Animal Collective (soprattutto Here comes the indian che ha non pochi punti in comune con il nostro) l’impressione è quella di un disco caduto dal cielo, perfetto, compiuto e immodificabile, i Blue Willa sembrano non chiudere le loro canzoni piuttosto lasciano la sensazione di un work in progress modificabile in qualunque momento, dunque più vivo, dunque meno lanciato da un podio troppo alto per poterci salire. Un cosa è certa, un album del genere non nasce dal nulla.

Cominciamo dall’inizio. Questo non è il primo album dei Blue Willa, o meglio sì ma non con questo nome. Parte della formazione (tre su quattro) ha alle spalle una manciata di Ep e un lavoro (Come!) prodotto da Paolo Benvegnù sotto il nome di Baby Blue. Oltre, quindi, l’esperienza di una precedente carriera, questo lavoro è prodotto da Carla Bozulich. Difficile credere che la maudit non sia anche entrata profondamente nelle canzoni e altrettanto difficile è sapere quanto forte è stata l’influenza della musicista sul gruppo. Un’impronta della Bozulich è chiara nell’effettistica e nella post produzione dove in alcuni momenti si sente l’eco dei suoi precedenti lavori. Questo non toglie l’alta qualità del lavoro con un disco d’”esordio” importante tanto da meritare la copertina del Mucchio di gennaio.

info: www.bluewilla.com

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=jwjjz9ccDEs[/youtube]