Personaggi

Un’intervista sbagliata

Il nuovo lavoro dei Tre allegri ragazzi morti (d’ora in poi Tarm) in uscita il sette dicembre è importante per almeno due motivi. Nel giardino dei fantasmi (questo il titolo) esce dopo due anni da Primitivi del futuro, ovvero la svolta reggae del gruppo. Prima di allora il levare era lontano dai quattro quanto gli animali vivi da Damien Hirst. Sentire come si sarebbero comportanti con la nuova prova era degno di interesse. Secondo poi, sono ormai 12 anni che legato al nome della band c’è l’attività della casa discografica la Tempesta dischi. Vedere quanto le nuove generazioni hanno influenzato la loro musica sarebbe stato interessante. Per queste ragioni abbiamo deciso di sentire Davide Toffolo il cantante del gruppo. L’intervista, però, non è riuscita e la colpa non è dei Tarm.

Per più di una settimana ci siamo dedicati all’ascolto del Giardino dei fantasmi e le domande per l’intervista cadevano come pioggia. Arrivato il momento di sentirli tutto è scomparso. Tutto è riapparso ascoltando di nuovo il disco, finita l’intervista. Il loro nuovo lavoro mette in imbarazzo l’ascoltatore che si ritrova nelle orecchie una musica classificabile come quella cosa che fanno i Tarm. Fedeli alla linea ma la linea non c’è verrebbe da dire perché le canzoni sono strutturate in bilico fra pop e qualcosa che pop non è; chiedergli come fanno sarebbe stato interessante ma non l’abbiamo fatto. Il reggae più che essere trattato come un genere autonomo spesso viene inserito spurio nelle composizioni che si ritrovano una base dub quando tutto il resto non lo è affatto. Se nella teoria la questione non fa una piega, nella pratica il risultato rimane simile a un collage, a volte ben riuscito, altre meno. No, non gli abbiamo chiesto se loro ne sono soddisfatti.

Una canzone (Il nuovo ordine) più esplicitamente dub, nel ritornello fa (che tra l’altro sono le uniche parole che dice) “Hai sentito il nuovo ordine? Nessun ragazzo sulla strada” Cosa volevano dire, a chi si riferivano, rimane nel mistero. Un’altra canzone, decisamente meno reggae, nel ritornello recita: “Di che cosa parla veramente una canzone non lo so” Informarci, chiedere come si fa a scrivere una cosa, senza sapere cosa si scrive, doveva essere fatto. Invece niente. E poi perché vanno ancora in giro con la maschera quando tutti li conoscono, cosa ne pensano di questa retromania dilagante nella musica, come fanno a scegliere le canzoni da suonare ai loro concerti? Insomma, tutto questo non è stato chiesto. Signori e signore, ladies and gentlemen, madame e monsieur, a voi l’intervista sbagliata. (La nostra fortuna è che Toffolo ha dato delle risposte intelligenti)

Cominciamo con una domanda facile (e banale), il nome del disco. Dove sono i fantasmi nell’album, cioè è più una questione di testi o di note?

«Nel disco ci sono fantasmi nella musica e nei testi. I fantasmi della musica sono i generi che abbiamo incontrato in tutti questi anni. Dal rock al reggae, dal blues al folk. Per quanto riguarda le storie dentro alle canzoni anche queste sono piene di fantasmi. Fantasmi veri e propri, cioè spiriti di persone morte oppure fantasmi di amori non risolti. Fantasmi di bugiardi e di ordini polizieschi che colorano la nostra quotidianità. E poi ci sono i fantasmi fotografati e disegnati, dentro la copertina del disco, immaginati dallo stilista Canedicoda e disegnati da me. Forse i nostri fantasmi servono da specchio a chi ascolterà il disco».

Se ne era gia parlato per Primitivi del futuro, il reggae è stato riconfermato anche nel nuovo lavoro. Sembra difficile riuscire ad accettare i Tarm in questo genere musicale. Va bene la voglia di sperimentare, ok che il reggae e il dub sono sempre stati legati alle svolte del rock (il punk e post punk in primis) ma suonato da voi si ha quasi la sensazione che non sia una vostra canzone ma i Tarm che fanno reggae, voglio dire come se non vi appartenesse. Come mai secondo voi?

«Il disco precedente, Primitivi del futuro è un album con una ispirazione poetica molto alta. Lo sforzo che abbiamo fatto a imparare una lingua nuova, il reggae appunto, ci ha resi musicalmente più forti. Ma ti capisco. Fare i conti con i propri fantasmi musicali non è sempre facile. Noi ci proviamo».

Il vostro primo album è del 1994 e i testi non erano poi tanto differenti da quest’ultimo lavoro nonostante siano passati 17 anni. La domanda è come si fanno a provare (e soprattutto riuscire a esprimere) sentimenti così giovanili, veramente il segreto della musica allora è rimanere sempre ventenni?

«I dischi dei Ragazzi morti sono tutti diversi e tutti uguali. Come i quadri dei grandi pittori. Sembra che i testi del nuovo disco siano più realistici dei lavori precedenti e forse è vero. Credo che questo disco segni una nuova partenza. O meglio la mancanza di routine e anche il fatto che non abbiamo mai prodotto una vero successo con un brano, ci rende liberi di fare quello che vogliamo, nella forma che vogliamo. Quando la discografia riconosce in te un successo ne vuole la riproduzione all’infinito. Noi siamo liberi da questa schiavitù. I temi potrebbero essere quelli dei primi dischi, ma guardali come fantasmi e si capirà meglio tutto».

Settimo album, che non è il settimo lavoro di un gruppo sotto le luci della ribalta o che si passa in loop sulle radio. Diciamolo, siete stati fra i primi gruppi in cui si riconoscevano ragazzi stufi della solita canzone scritta per le radio e Mtv. Ora che questo universo (chiamiamolo indipendente) si è decisamente allargato non vi sentite un po’ i padri fondatori di qualcosa con tutta la responsabilità che ne deriva?

«Nessuna responsabilità, ma abbiamo età da padri. Siamo un gruppo fortunato, una specie di classico italiano. Le persone che cercano musica altra, un periodo della loro vita la passano con noi. Questo produce un ricambio sempre sorprendente ai concerti ed è il nostro vanto. Questo disco vuole affermare che la musica indipendente è la vera nuova musica popolare in italia. Così le abbiamo dato un vestito folk, etnico, di un’etnia immaginaria. La nostra appunto».

Una domanda di rito (in generale, ma a voi in particolare essendo fondatori della Tempesta dischi). Questa musica indipendente italiana, questa miriade di gruppi che escono in continuazione, dischi e ep nuovi come se piovesse, tutto questo ha un senso, si muove verso qualcosa, fra 10 anni cosa ricorderemo?

«Non c’è più storia, c’è solo il presente, questa è una verità. Abbiamo pubblicato un libro fotografico di Cecilia Ibanez che si intitola Dentro la tempesta per provare a storicizzare una prima esperienza con La Tempesta. Questo libro certo resterà. Sono oltremodo convinto che dentro quello che abbiamo pubblicato ci siano cose che sono già dei classici. La canzone di Tom del Teatro degli orrori, tutti i dischi di Moltheni, Canzoni per spiagge deturpate di Vasco Brondi, Elettrica del Pan del diavolo, Ogni adolescenza dei Tarm etc etc».

Canedicoda, cosa ha fatto per voi, chi è e perché proprio lui?

«Perché è un artista emozionale. Questa estate ho acquistato un suo accappatoio e mi ha regalato gioia per tutta la vacanza. Ti sembra poco? Per noi ha immaginato e realizzato i costumi dei fantasmi che sono nel booklet del cd e che sono serviti a me per fare i disegni della copertina. Ho lavorato con lui e questa sensazione di sacralità gioiosa che emana mi ha affascinato».

Ultima: come è nata, forse la canzone più bella del cd, I cacciatori?

«È una storia lunga. Non riuscirei a raccontarla tutta qui. Quello che posso dirti è che dei Cacciatori ne sentirai parlare ancora».

 

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