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Perdere il controllo

La storia dei Joy Division inizia come quella di decine e decine di altri gruppi nati in Inghilterra a cavallo dell’esplosione del punk. Inizia con quattro ragazzi che mettono su un gruppo quasi senza nemmeno saper suonare ma termina lontanissimo da queste premesse, nel giro di neanche quattro anni e nella leggenda, dunque tragicamente. Una carriera così folgorante durata lo spazio di due soli dischi registrati in studio Unknown pleasures e Closer, che a oggi rappresentano due poli, due punti di riferimento: il nero e il bianco ricorrenti nelle copertine dei loro dischi e dominatori essenziali anche nei lavori di Fausto Gilberti, giovane artista bresciano che affida a questi capi saldi i propri pensieri raccontati nella mostra Lost control.

Il titolo dell’esibizione – ospitata negli spazi della Federico Luger gallery di Milano – vuole proprio essere d’omaggio a uno dei brani più famosi dei Joy Division, She’s lost control pezzo contenuto nell’album di debutto della band di Manchester. Gilberti lavora alternando pieni e vuoti, espansioni e contrazioni formali. Dall’horror vacui che caratterizza i suoi lavori della fine degli anni ’90, l’artista sceglie di lasciare gradatamente spazio a un semplice e grafico minimalismo inciso su enormi tele, per tornare poi nuovamente all’eccessiva ricchezza di dettagli nella successiva serie Materia Grigia. Quest’ultima fase raccoglie i disegni delle più importanti rockstar rese perfettamente riconoscibili con pochi e leggeri segni di penna.

Nell’esposizione milanese Gilberti “perde il controllo” e lo perde volontariamente. Decide di lasciare visibile il dietro le quinte della mostra, il sound check: disegni, acquarelli, dipinti su carta, su tela, su cartone e su legno sono messi a confronto senza un reale progetto, non privi di errori, di momentanei pensieri ed evanescenti idee. La mano è lasciata libera di disegnare, senza ritornare a perfezionare dettagli, spinta a perdere il controllo delle proprie creazioni. Fausto Gilberti riscopre l’uso di due mezzi ormai quasi dimenticati, come la china e la matita, per popolare composizioni di stilizzati personaggi quasi identici gli uni agli altri. Il nero su bianco domina tutte le sue tele, in uno stile personale, minimalista – come lui stesso ama definirsi – proteso verso la forma astratta prima che quest’ultima perda ogni riferimento con la realtà. Le fonti di ispirazione sono la musica al quale dedica l’intero libro Rockstar, una raccolta di disegni fatti a celebri musicisti, ma anche il cinema di Lynch e Burton, la storia dell’arte e la letteratura.

fino al 22 dicembre

Federico Luger, via Circo 1, Milano

info: www.federicoluger.com

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