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Tante parole per dire cultura

Si è tenuta oggi al teatro Eliseo di Roma la conferenza gli Stati generali della cultura, promossa dal Sole 24 ore, Accademia nazionale dei Lincei e Istituto dell’enciclopedia italiana Treccani. L’evento ha preso il nome dal manifesto che lo scorso febbraio il domenicale del Sole 24 ore aveva lanciato a favore del dibattito sulla cultura nei nostri giorni. L’incontro  ha visto molti interventi istituzionali, per parlare della cultura da più aspetti: l’analisi tecnico economica e le nuove proposte concrete per la valorizzazione del patrimonio. Ognuno ha detto la sua, compresa la gente in platea che, tra un intervento e l’altro, faceva sentire la propria voce (sane richieste per un dibattito più concreto). A ricordarci che siamo italiani, non solo dibattiti sui beni artistici e sulla tutela del patrimonio culturale, ma anche una grande calca iniziale fatta di spintoni. Un caos organizzativo che si è andato riequilibrando durante la giornata. Insomma, cultura o (in questo caso) non cultura, siamo sempre noi, col naso affacciato dai palchi della galleria per vedere i saluti istituzionali, in un teatro che non è mai stato così pieno neanche a una prima (soprattutto a una prima). Sul palco politici e istituzioni, in platea il resto del mondo, studenti e lavoratori della cultura che chiedono risposte concrete e la tavola rotonda più volte ha rischiato di trovarsi davanti a spigoli inaspettati.

La giornata si è aperta con l’intervento di Giuliano Amato, presidente dell’Istituto della enciclopedia italiana Treccani. Amato è partito da un’analisi e presentazione della parola cultura così come viene definita nel dizionario. Ha parlato di responsabilità dell’articolo nove della Costituzione italiana, di cultura che non deve essere più d’elite. «La creatività italiana è l’incontro tra cultura e tradizioni diverse, è il mescolarsi di diversi stili di vita. Per il futuro bisogna guardare al di fuori di noi ma non sempre e per forza rifarsi a miti stranieri, credere nell’Italia, attingere dalla grande ricchezza che abbiamo da sempre. Ci deve essere orgoglio di saper fare qualcosa e insegnarlo, non orgoglio nel saper imitare gli altri».

Dopo la proiezione del cortometraggio di Vincenzo Cerami che ha messo in mostra le bellezze di Roma, parlando di un passato come bene prezioso e del futuro che è tutto ciò che nel presente diventerà passato. «Siamo italiani – ha detto il regista – per quello che siamo stati, non per quello che siamo. È ora invece di pensare al presente. È ora di vivere l’oggi. Non bisogna dimenticare, ma insieme alla tutela di quello che abbiamo bisogna investire su altro, sulla creatività sui giovani. Non ci si può fermare al passato». Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 ore, ha aperto la tavola rotonda parlando della nascita del manifesto della cultura come qualcosa che ha intercettato un sentimento diffuso e che finalmente ha preso forma. Napoletano ha fatto presente come l’indice di riconoscibilità dell’Italia nel mondo abbia subito un notevole calo. Dal 1900 a oggi, siamo sei volte meno riconosciuti come primo paese per il patrimonio artistico. Si difendono solo il campo del design e del cibo. Le proposte di Napoletano: creiamo punti di contatto veri, andiamo nella università, creiamo un’agenzia per l’esportazione della produzione creativa italiana. Poi è stata la volta dell’archeologo Andrea Carandini: «Non si ha la consapevolezza che la cultura è un presupposto dello sviluppo non solo umano, ma politico ed economico. Il ministero per i beni culturali è ormai morto. O si fa qualcosa o non ha più senso che esista. Ornaghi deve combattere». Nel suo intervento l’evocato ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi, tra diverse interruzioni da parte della platea, ha dichiarato: «È vero che le risorse per la cultura sono diminuite, ma serve farne un buon uso. Dobbiamo mettere da parte una visione statalista in favore di una cooperazione col privato».

Il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca ha parlato di cultura come moltiplicatore di possibilità: «Bisogna tornare ad attirare la curiosità della gente. Va bene tutelare il patrimonio artistico, ma bisogna far fare un salto alla creatività. Il problema è che non c’è la capacità di fare dei progetti concreti, né la convenienza per realizzarli». Le voci di protesta dall’affollata platea del teatro Eliseo sono continuate anche durante l’intervento del ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo: «Oggi con il recupero di risorse che sono state messe da parte, possiamo aprire un bando da 120 milioni di euro per dare il via da un’agenzia per la creatività e l’innovazione». L’intervento appassionato e convincente di Napolitano è stato bene accolto dal pubblico in platea. Il capo dello stato ha parlato di cultura come di una scelta di fondo trascurata per un tempo troppo lungo: «A monte di tutte le carenze e della cecità, c’è la scarsa consapevolezza del patrimonio. Bisogna migliorare l’uso delle risorse. Non tutto è valido e produttivo, bisogna rinnovare. Bisogna individuare quali sono i soggetti che devono entrare in campo per questo cambiamento. Bisogna riprogrammare tutto. Non abbiamo utilizzato risorse preziose o le abbiamo utilizzate male. È ora di cambiare».

L’intervento ha chiuso la prima parte della giornata. Nel pomeriggio si è continuato, dando voce ad altre importanti figure del panorama economico e culturale del nostro paese come, tra i quali il presidente della fondazione Roma  Emmanuele Emanuele. Importanti anche le discussioni sulla ricerca, sui talenti all’estero e sul rapporto pubblico, privato. Se è vero che si vuole ripartire dalla cultura, se è vero che si vuole investire e creare nuove possibilità, se è vero che si vuole rispondere a tutti quei giovani che oggi chiedevano argomentazioni concrete, per il presente e il futuro, allora siamo disposti a vedere cosa si muoverà dopo questo evento, sperando che non rimangano solo belle parole pronte a prendere la stessa polvere del palco di un vecchio teatro.

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