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Ragazzi non più di vita

C’era un tempo a Roma in cui i fanelli, cioè i ragazzini, si bagnavano alla marana. L’idroscalo era di là da venire e tra la gioventù di borgata si agitava Pasolini. Aldo Colonna era uno di loro. Conoscente del poeta, era uno dei “ragazzi di vita” che la letteratura e il cinema avrebbero fissato in una mescola di sventatezza e gaglioffaggine, tenerezza e balordaggine. Dai suoi ricordi, dagli spezzoni di vita di quella che era allora una borgata e oggi resta un quartiere dormitorio, emerge una città che non c’è più, desolante e a tratti poetica, spaesante e spaesata, coi sogni di gioventù coperti dalla polvere del tempo. Un altrove ancora popolato di lucciole e dai cascami della civiltà contadina, dal sottoproletariato non ancora travolto dall’hitech e dall’ecobusiness.

Di quei sogni, di quella polvere della storia, Colonna tira fuori dai cassetti una scartoffia impolverata – appunto – per farne un racconto breve, una sessantina di pagine di cui una trentina il racconto vero e proprio prefato da Raffaele La Capria, e altrettante la postfazione del’autore. Smanacciato da Moravia, rifiutato per decenni, la storiella approda in libreria edita da Skira: Borgata Gordiani (64 pagine, 12 euro) per riportarci in un’altra era geologica, in una Roma vitale e miserabile, allo stesso tempo. «All’epoca in cui venne scritto – scrive La Capria – i ragazzi di vita facevano ancora colpo. Pasolini li aveva mostrati nei suoi film e nei suoi libri, ed erano loro, quei ragazzi, che con la loro feroce naturalità facevano irruzione in una letteratura dove i personaggi provenivano quasi sempre da un mondo borghese più educato e anche più convenzionale, un mondo che Pasolini voleva sovvertire».

Oggi che quel mondo non esiste più, che quei ragazzi si sono imborghesiti coi loro sogni, o l’assenza di sogni, sono stati sepolti dal trantran della quotidianità o si sono infranti per sempre sul muro della realtà, leggere ancora delle avventure del Cola, di Franchino er carrozziere, del Limone e degli altri, delle loro bravate e del loro perdersi, è un esercizio di antropologia letteraria. Un ricordo da obitorio che la vitalistica trivialità dei protagonisti non rende più vitale, anzi affonda nel già visto e pure nel melenso quando – ad esempio – il protagonista si sofferma a rievocare i carretti degli osti che facevano la spola a rifornirsi dell’imbevibile vino dei Castelli. Ultimo, non ultimo, nella postfazione, l’elenco dei (veri) omicidi di Pasolini, autori di uno dei più efferrati agguati di sistema e di stato (con la s minuscola). Roba che al tempo avrebbe causato l’immediato biglietto per l’aldilà al buon Colonna, ma nel frattempo non provoca che sciagurati sbadigli. Perché, oltre alle idee di Pasolini e al suo mondo, oltre al poeta sono morti pure i suoi assassini, con buona pace di (quasi) tutti. E chi resta, come Pelosi, continua a centellinare le sue verità a smozzichi e bocconi, avrebbe detto uno dei fanelli d’allora.

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