Festival di Roma, l’Italia c’è. Il resto è noia

Di una cosa almeno si può esser certi. Gli italiani al settimo festival del Film di Roma ci sono eccome. E così un sospiro di sollievo lo tiri, nel secondo giorno della kermesse, quando nelle sale dell’Auditorium scorrono alcune delle prime pellicole di Prospettiva Italia, la sezione interamente dedicata al cinema italiano, ma anche uno dei lavori che lotta per aggiudicarsi il Marc’Aurelio nella sezione in Concorso. Film impegnati, di concetto, ma attaccati visceralmente alla realtà. Lavori “essenziali”, dal punto di vista tecnico, che mostrano, però, come il cinema italiano abbia per vocazione l’istinto ad occuparsi di tematiche sociali e civili. E non è una semplice qualità da ammirare, ma uno stile di ricerca e di produzione, pregno del vivere quotidiano, che ha – per fortuna – un suo perché. E così, se le persone amano distrarsi con il cinema, amano anche – e ripagano poi – quello stesso cinema che riesce a parlare di loro e non solo per loro. Almeno, in Italia funziona così.

La stampa applaude il film di Claudio Giovannesi, celebre documentarista, che Roma aveva già apprezzato per Fratelli d’Italia. Il regista torna e propone, nella sezione in Concorso, Ali ha gli occhi azzurri. Una settimana nella vita di due adolescenti simili eppure diversi. Da un lato c’e’ Nadar, di origine egiziana, dall’altro Stefano, natali romani e cresciuto a Ostia. Ad accomunarli sarà la ribellione adolescenziale per i genitori, ma anche l’amore. A separarli la profonda difficoltà che tutti abbiamo nel comprendere e nell’accettare il “diverso”, nonostante la nostra volontà a essere sempre e comunque dei buoni “progressisti”.

Risultato discreto anche per Marco Santarelli e il suo Milleunanotte e per Susanna Nicchiarelli che nella sezione Prospettiva Italia presenta La scoperta dell’alba, tratto dall’omonimo romanzo di Walter Veltroni. Aiutata, indubbiamente, dalla bravura del duo Margherita Buy e Sergio Rubini, la Nicchiarelli analizza con fare acuto e critico, con un gusto lievemente noir, le dinamiche che portano alla crescita di un individuo. Sullo sfondo una parte della nostra storia contemporanea, passata ormai, ma di cui molti sembrano ancora provare “nostalgia”.  E anche in questo caso l’applauso c’è stato. Fortunata è stata anche la presentazione, sempre per Prospettiva Italia, del primo film “a sorpresa” del festival. Massimo Andrei porta nella sala Sinopoli Benur interpretato da Nicola Pistoia, Paolo Triestino ed Elisabetta De Vito. Sullo sfondo c’è Roma, una Roma povera, abitata da gente che nella vita riesce solo ad “arrangiarsi”. Anche qui c’è l’analisi del “diverso”, in questo caso, però, il diverso è uno dei tanti immigrati che arriva in Italia per il solo e disperato bisogno di lavorare. Attraverso lo stile della commedia, Andrei focalizza l’attenzione sui pregi che nessuno vuole riconoscere a quei tanti disgraziati capaci, invece, di sopperire alle mancanze di molti italiani, presuntosi e tendenzialmente arroganti, che credono di saper far tutto, ma che non riescono mai a far nulla. Uno spaccato sulla società italiana, “trita e ritrita”, direbbe qualcuno, affrontata e descritta in tutto i modi e in tutte “le salse”, ma comunque nuova e capace – se non altro – a spingere lo spettatore a riflettere. A chiudere il sabato del festival il documentario Quattro volte vent’anni di Marco Spagnoli e dedicato a Giuliano Montaldo, che lo scorso anno presentò a Roma l’ottimo Industriale con Pierfrancesco Favino.

Oggi all’Auditorium sarà la volta di altri due italiani: Carlo Lucarelli e Antonello Schioppa, ma anche delle opere internazionali. Feng Xiaogang proporrà, per la sezione in Concorso, 1942, mentre Regis Roinsard presenterà Populaire. Per il resto, il festival prosegue sulla scia dell’inizio. Riprende il ritmo della corsa, ma la sua andatura resta lenta.