Fabius Tita, una personale

Il sette novembre nella galleria Francesco Zanuso inaugura la mostra di Fabius Tita (1951, Riccione). Dall’unione di più “rottami significanti” con Fabius Tita nasce la macchina sensibile, simbolica pace nascente nella lotta da tempo aperta tra la natura e la macchina. La macchina sensibile di Fabius si configura in sculture di acciaio, alluminio, ottone, bachelite e parti plastiche; nonostante il materiale con cui sono state fatte, mantengono una tenerezza di fondo e posseggono una dolcezza intrinseca. Gli uomini attraverso i rottami di Fabius Tita, pezzi di macchine da loro stessi usati, rivivono in forma di opere d’arte, emblemi di una macchina umana. Nella grande lotta tra l’uomo e la macchina in Tita vince l’uomo.

In mostra i Cappelli di Fabius o Elmi, realizzati per proteggersi dalla nefasta trasformazione politica e sociale avvenuta nell’ultimo trentennio, evoluzione che appare come un’involuzione, poiché in grado di creare per lo più omologati, travestiti da eroi. Il cappello di Tita è soprattutto corona, Tanto di cappello, incorona, sott’intende il merito, la distinzione, la rappresentazione del vero eroe. Gli omologati rivivono nelle repliche di Tita come il re Moka e gli Orgasmorologi. Il tema erotico viene ripreso nell’opera dal titolo L’esibizionista, ma mentre questo lavoro si nutre di solitudine, racchiudendosi in se stesso, l’Orgasmorologio esplode fuori dalla parete cercando un piacere corrisposto da ambo i sessi. Temporalmente all’Esibizionista seguono i Lumaconi, detti Il budino e Il tromboncino che hanno vita propria: «Il lumacone è realizzato in tenero alluminio e diventa budino o tromboncino col fiato – spiega Fabius Tita – rappresenta cioè l’individuo della decadenza, verminoso e strisciante, dolciastro e molle come budino o gonfio dei gas e sonoro di sbuffi odorosi, per il continuo cibo, tromboncino permanente».

In ultimo, sotto la luce di una un Abajour d’acciaio l’artista invita i visitatori a riflettere sul tempo in cui l’uomo costruì le prime macchine, risalenti anche solo ai primi del Novecento. «Gli antichi facevano orologi che eran tutt’uno con una rappresentazione di vita domestica, per esempio l’orologio batteva, e il colpo era dato da un omino fabbro sull’incudine o da un uccellino che cinguettava. La macchina, così, somigliante alla natura, si faceva dolce e persuasiva ed era più amata da chi la usava. Ripensiamo al telefono la cui parte per sentire e per parlare era la cornetta. Descrive Fabius Tita «La forma ricordava quella che da sempre era usata come amplificatore della voce umana: il corno di bue. Coloro che portavan la posta lo usavano per annunciarsi: allora la posta non era paragonabile forse alla voce di un telefono antico?» .

Fino al 22 Novembre

Galleria Francesco Zanuso, Corso di Porta Vigentina 26, Milano

Info: www.galleriafrancescozanuso.com