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Il restauro di un capolavoro

C’era una volta in America, il capolavoro restaurato di Sergio Leone torna nelle sale. «Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio. Non ho mai visto De Niro sul set, ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui C’era una volta il mio cinema, più che C’era una volta in America». Parlava così, Sergio Leone, della sua fatica più grande, quel film consacrato dalla storia come capolavoro della cinematografia internazionale. Un film che fece tremare persino Steven Spielberg spingendolo a confessare: «Quando vidi il lavoro mi resi conto che non sarei mai stato in grado di fare un film di pari livello e pensai seriamente di lasciar perdere».

Ora quel film-epopea torna di nuovo sul grande schermo, dal 18 al 21 ottobre, in circa settanta sale italiane e in cofanetto dvd a partire dal 7 dicembre. Presentato ieri sera al cinema romano The space di piazza della Repubblica, C’era una volta in America è stato restaurato dai figli di Sergio Leone, Andrea e Raffaella, ed è stato impreziosito da molte sequenze inedite, scartate ai tempi della prima distribuzione del film. Il pubblico potrà, dunque, riassaporare il genio del regista, gustando per la prima volta sei blocchi di sequenze mai viste per complessivi 26 minuti in più, che regalano quella compiutezza al lavoro più faticoso firmato da Leone. Il film venne accorciato dal regista nel 1984 per la presentazione al festival di Cannes e per il mercato europeo a tre ore e 49 minuti. Gli Stati Uniti decisero, poi, di tagliare ancora il lavoro riducendolo a 135 minuti, non solo. Venne anche montato in ordine cronologico senza i flashback tanto importanti, invece, ai fini della narrazione. Una versione, quella statunitense di C’era una volta in America che, leggenda narra, Leone non volle mai vedere. «Era un sogno che avevamo da sempre – ha spiegato la figlia Raffaella – quello di poter inserire i tagli che erano costati moltissimo a mio padre. Io sono cresciuta con la prima versione ed è quella a cui sono più legata (Raffaella accompagnò il padre durante tutte le riprese a New York come giovane costumista). Però questa versione dà un senso di compiutezza all’opera e spiega alcune parti della storia che forse restavano sospese». E in effetti, guardando C’era una volta in America, l’impressione è proprio questa.

Nonostante un evidente incongruità qualitativa delle scene inedite, rispetto alla versione conosciuta da tutti, scene deteriorate dal tempo che staccano con la fluidità della fotografia, il film acquista davvero un valore aggiunto, impreziosisce il racconto e snoda alcuni passi confusionari e approssimativi. Le sei scene inedite sono il dialogo tra Noodles (Robert De Niro) e la direttrice del cimitero (Louise Fletcher), la sequenza muta in cui l’auto con Noodles e Max (interpretato da James Woods) affonda e l’ansia dei compagni che non vedono riemergere Noodles, il produttore del film, Armon Milchan, nei panni dello chauffer che dialoga con Noodles, la scena d’amore a pagamento tra il protagonista ed Eve (Darlenne Fluegel), la scena di Deborah (Elizabeth McGovern) nei panni della Cleopatra shakesperiana a teatro e, infine, il senatore Bailey – nuova identità di Max – a colloquio nel suo studio privato con il sindacalista salvato in passato dalla banda di Noodles e Max. «Era una vera e propria ossessione per mio padre, innamorato del libro Mano armata di Harry Gray (da cui sarebbe stato tratto poi il film), di cui però non riusciva ad avere i diritti. Ci sono voluti ben dieci anni per ottenerli». Circa otto mesi di lavoro, questo il tempo per ultimare il restauro di C’era una volta in America, compiuto dalla Film foundation di Martin Scorsese, finanziato da Gucci, che ha goduto dell’importante intervento della Cineteca di Bologna ed è stato reso possibile anche grazie «ai rapporti recuperati con il produttore Armon Milchan», ha spiegato Raffaella aggiungendo: «Abbiamo ricomprato i diritti per l’Italia e abbiamo mantenuto il doppiaggio originale, mentre le scene aggiunte sono in lingua con i sottotitoli». « È stato un modo per fare un bell’omaggio a mio padre e in modo del tutto allegro», ha infine dichiarato Raffaella, pochi minuti prima della proiezione, con il microfono in mano emozionata al fianco del fratello Andrea, in una sala colma di volti celebri del cinema – da Ennio Morricone, che ne curò la colonna sonora, a Giuliano Gemma, ma anche tanti amici e familiari, la moglie Carla, che hanno contribuito a rendere una serata, etichettabile come la solita sfilata di lustrini e snobberie, una festa familiare e gioiosa, molto romana, nell’accezione più nobile del termine, decisamente lontana dalla fanaticheria è molto vicina, invece, a quelle grandi feste di persone uniche, ma al contempo comuni e normali, che hanno avuto il semplice – eppur grande – privilegio di avere al fianco un uomo come Sergio Leone.

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