Sono diecimila anni, o giù di lì – dai graffiti di Tassili, nel Sahara, ma nessuno ha mai capito davvero a quando risalgano – che qualcuno ha dipinto su pietra l’immagine di strani esseri provenienti dallo spazio, stelle e stelline dove andare a pescarli. È da sempre che l’essere umano, alzando gli occhi al cielo, si è chiesto: ma che ci faccio io qui? Chi mi ci ha messo e perché? E da allora (ma pure da prima, chissà) ognuno, a suo modo, ha tentato di svelare l’arcano del perché e percome del mondo. Lecito, dunque, che a farlo sia pure uno come Ridley Scott, che di saghe stellari se ne intende e di fantasia ne ha da vendere. Così, un buon trentennio dopo Alien, il regista – un po’ a corto di successi recenti, in verità – rispolvera il suo “must”, dandogli un pre-seguito che di là e di qua dall’oceano dicesi prequel: Prometheus.
Premessa del prequel: un enorme disco volante si leva in volo da un pianeta “vergine”, osservato da un umanoide che a terra sorseggia un intruglio nero, si disfa in mille pezzi e catafottendosi in una cascata innesca una mutazione genetica globale. E adesso i fatti. Siamo nel 2089 e una coppia d’archeologi, di fatto e nella vita – Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e Charlie Holloway (Logan Marshall-Green) – trova in una caverna della Scozia un disegno rupestre dove giganteggia un tizio a indicare un punto lassù. I nostri fanno tesoro della mappa astrale e convincono un vecchio – vecchissimo – magnate, Peter Weyland (Guy Pearce), a finanziare una spedizione alla cerca dei progenitori, modestamente definiti “ingegneri”. Tutto questo è svelato – e siamo nel 2093 – a bordo della nave spaziale dall’ologramma dell’ultracentenario (che più che altro mira all’eternità) all’equipaggio scientifico in procinto d’atterrare sulla luna LV-223, un pianerottolo tutto fuorché ospitale.
Qui, nella base di partenza dei costruttori di mondi, compreso il nostro, la spedizione scoprirà poco delle proprie origini e meno di quelle dei loro padrini, ma altre cosucce che delizieranno gli amanti del genere e non stiamo qui a dire per non togliere loro il gusto. Non mancano, nella storia, il perfido automa (l’androide David, alias Michael Fassbender) e l’algido puttanone Meredith Vickers (Charlize Theron). Ora, francamente da uno come Scott e dalla bellezza di 130 milioni di dollari spesi ci si poteva spettare qualcosa di più della riscrittura d’una trama scritta da una decina di migliaia d’anni, della brutta copia del suo film di trent’anni fa. Sul vuoto cosmico dell’attuale, sui buchi di sceneggiatura e le congruità sceniche, sorvolando sul disgustevole autoaborto, diciamo solo che dopo un cozzo d’astronavi la testa di David, staccata di netto dal busto, parla e dà consigli – e vabbè, già visto come pure la mogliettina del regista, Giannina Facio, che qui fa ciao nel sogno criogenico dell’archeologa – ma resta al suo posto, bella bella, manco fosse attaccata col vinavil al pavimento. Tutto distante anni luce dalle occasioni che il mito dei progenitori alieni prometteva e permetteva di sfruttare. Ma restano gli effetti speciali del 3D, direte. Dopo i primi venti minuti, sinceramente spettacolari, scordatevi pure quelli, per i restanti cento del film. E allora? A Scott non abbiamo che da chiedere: ci risparmi il sequel del prequel, per carità. Ma il tarallone col quale chi può riparte dalla luna per ridare senso al mondo e al film, oltre all’annuncio della Century Fox del seguito per il 2014, è più che un presagio, una minaccia. E, si sa, certe robe s’attaccano alle sale come ai denti la (cine)gomma da masticare americana.


