Inseparabili al traguardo

Delle buonanine, si sa, suol dirsi tutto fuorché cose brutte e, spesso, vere. Dei vincenti – in letteratura o altre faccende – accade più o meno lo stesso, quasi che l’aura d’immortalità, un po’ come la morte, faccia tabula rasa d’ogni rapporto col reale, si stacchi ancor più di questo dal vero. Insomma, Inseparabili di Alessandro Piperno (Mondadori, 351 pagine, 20 euro) è un buon libro. Anzi, a voler essere moderatamente ottimisti come l’opera dei Latrones sulla copertina di Inside di settembre, un ottimo libro. Sia detto subito, a scanso d’equivoci. Se poi il bonus, e persino l’optimus, giustifichino la vincita stregata del 4 luglio – ditemi voi se due voti di differenza all’ultima curva, dopo aver arrancato dietro a Trevi e, a un tratto, pure a Carofiglio per gran parte della gara – possono dirsi altro che stregati, è altro paio di maniche. Ma tant’è, questione d’aggettivi, punti di (s)vista. Quisquilie, avrebbe detto il buon Totò.

La morte, dunque. Quella di Leo Pontecorvo, che taglia il romanzo come una lama un quarto di bue, e decide dove affondare, quali tagli riservare ai clienti, alias lettori. Il padre suicida (o, meglio, suicidato) dei fratelli Samuel e Filippo, deuteragonisti del romanzo e figli, ahiloro, dell’algida Rachel, a sua volta moglie e vedova del sunnomato, anzi dell’innominabile Leo. Ché il rispettato primario l’ha fatta grossa, o almeno così pare, nel dorato mondo di paccottiglia dell’ebraismo romano, e non solo in quello, violando uno dei pochi microtabù rimasti, con le pseudo avance alla fidanzatina del figlio dodicenne. E infliggendosi un prolungato e obliato esilio nel garage di casa, prima di decidersi a togliersi di torno. La sua morte – e altre, minacciate o reali – è il filo che si dipana da uno dei due corni narrativi del romanzo.

L’altro è l’usuale compare del tanathos, da qualche millennio di letteratura in qua: l’eros. O, per meglio dire, l’autoerotismo, viste le pratiche erotiche del minore dei due fratelli, assai meno inseparabili di quanto lasci supporre il titolo. Il maggiore in fatto di perversioni è assai più avanti, dato che per lungo tratto predilige fra tutte la propria moglie: una stronza paranoica col botto, manco a dirlo. Amore e morte è cifra gianica assai abusata nella finzione, letteraria come di qualunque altrove. Eppure è proprio qui che la narrazione si fa letteratura. È nell’introspezione onanista, nei meandri della sessualità contemporanea (atemporanea?), a partire dal complesso d’impotenza di Samuel, promesso sposo a una brava mammina in pectore e in procinto di convertirsi, che la lingua è mirabile. La parola si fa letteratura, appunto, pretende ancora di raccontare il mondo, andando oltre la saga pariolina della famiglia giudaico borghese di cui la storia è secondo tempo, nel Fuoco amico dei ricordi. È questa, a ben vedere, più che l’arcinota potenza di fuoco di sbarramento della casa di Segrate, la carta che ha permesso a Piperno di vincere ai punti sui concorrenti. Su Trevi, in primis, rimasto bel saldo sulla sponda novecentesca del romanzo, con la narrazione tra diaristica e giornalistica della postepopea pasoliniana. Con buona pace dei tardi estimatori del vate di Casarsa e dello Spagnol furioso, patron della scornata Ponte alle Grazie. Ma il gruppo Gems è una potenza in farsi, saprà rifarsi.

Alessandro Piperno

Inseparabili

Mondadori

351 pagine

17 euro

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