Le metamorfosi del Giappone

L’Istituto giapponese di Roma ospita fino al 14 gennaio Metamorphosis, mostra fotografica dedicata al Giappone al termine del secondo conflitto mondiale. Il Giappone del secondo dopoguerra è un paese lacerato, le ferite sono evidenti nel territorio e nell’animo della popolazione. Ma la reazione della nazione sconfitta è inaspettatta e incontenibile: nell’arco di vent’anni, in un periodo di tempo che culmina con l’organizzazione delle Olimpiadi di Tokyo del 1964, il paese passa da sconfitto a vincitore, affermandosi come potenza economica a livello mondiale. Ma per raggiungere un risultato simile ha dovuto affrontare sacrifici e sopratutto cambiamenti, che ne hanno mutato sensibilmente l’aspetto.

Proprio in questo periodo, al termine del conflitto, prende piede in Giappone la fotografia, testimonianza visiva dei mutamenti di mode, costumi, archietetture, pensieri. La mostra Metamorphosis si sofferma proprio su questi cambiamenti, attraverso l’obiettivo di undici grandi fotografi della storia giapponese, che con i loro scatti hanno immortalato il paese nel dopoguerra. Ben 120 fotografie, rigorosamente in bianco e nero, suddivise in tre sezioni: Le conseguenze della sconfitta, Tra tradizione e modernità e Verso un Giappone nuovo. Nonostante il persorso logico, le immagini non sono disposte secondo un rigido ordine cronologico o autoriale ma rappresentano stadi, momenti, immagini rappresentative ed emblematiche, che permettono di afferrare concretamente lo spirito e le sensazioni di un periodo complesso e sfaccettato, fortemente diviso tra il ricordo della tradizione e lo slancio verso la modernità.

Nei giorni immediatamente successivi alla resa, il Giappone è un paese senza certezze, trasportato brutalmente nella realtà della sconfitta, occupato per la prima volta nella sua lunga storia, con un imperatore che china il capo di frotne agli invasori americani. Le vittime si piangono innumerevoli, e la tragedia di Hiroshima e Nagasaki è la testimonianza più evidente di cosa la guerra ha portato. La fotografia riporta senza filtri o senza censure lo smarrimento e il dolore di quei giorni, per evolvere in un realismo crudo e al contempo poetico, di cui Ken Domon, con il suo “legame diretto tra camera e soggetto”, è l’esponente più importante. Di grande importanza il fatto che in questo caso la storia venga raccontata da un punto di vista interno, giapponese e non europocentrico, come avviene nei testi di storia che noi Occidentali siamo soliti consultare, e che fotografi come Yasuhiro Ishimoto, Kikuji Kawada o Shigeichi Nagano siano i narratori.

Oltre a questa propensione al realismo, si sviluppa anche una corrente che cerca invece di rintracciare l’originale anima giapponese, smarrita nella rincorsa al progresso industriale ed economico. Un Giappone rurale, legato alle tradizioni, che mantine vive e intatte le sue tradizioni, nonostante l’inarrestabile occidentalizzazione, di cui sono immagini i cinema, le insegne luminose di “dance club” e bar di cui città come Tokyo va via via riempiendosi. Interpretazione del cambiamento e il dibattito sull’immagine nazionale sono quindi al centro di questa mostra, ideata da Marc Feustel, ricercatore in storia della fotografia a Parigi, e Tada Tsugo, curatore del volume Autoritratto del Giappone edito da Iwanami Shoten. L’evento fa parte delle collezioni di mostre itineranti della Japan foundation, e appartiene al circuito Fotografia, Festival internazionale di Roma.

Fino al 14 gennaio
Istituto di cultura giapponese Roma
via Gramsci 4
Info: 063224794