Un fiume di colori

Un fiume di colori e suoni orientali riempie l’assordante silenzio del Museo Pigorini di Roma, sede nazionale della collezione preistorica ed etnografica. I cento scatti di Kumbha Mela, il viaggio dell’anima ridestano gli ambienti troppo spesso vuoti dell’imponente edificio e, prepotenti, scatenano gli affetti del visitatore. Il progetto dell’associazione culturale e agenzia fotogiornalistica Graffiti di Roma regala le testimonianze di uno degli eventi più eccezionali della storia del mondo.

Gli autori delle fotografie in esposizione fino al 15 novembre hanno seguito passo per passo milioni di pellegrini sino ad Haridwar, in India, meta dell’ultimo kumbha mela (aprile 2010). Questo è infatti il più grande raduno religioso del mondo, inserito già dal 1977 nel Guinness dei primati come il più numeroso assembramento di esseri umani riuniti con lo stesso scopo. Ogni tre anni si svolge in una delle quattro città sante e il rituale è sempre lo stesso: l’abluzione nel fiume sacro per ottenere la salvezza. Da ogni angolo dell’India i fedeli cominciano il lento cammino con mesi d’anticipo mossi da un’incrollabile fede. Per amore o per paura? L’obiezione di Mark Twain del 1895 è un punto interessante da cui partire.

Il viaggio attraverso la polvere delle strade indiane è lungo ma uomini e donne di ogni età e in ogni condizione fisica lo intraprendono senza incertezze, trascinandosi dietro animali da soma, cammelli, elefanti. I pesanti carichi sulle loro teste sono bagagli che portano al fiume, dove, nel momento della perfetta configurazione planetaria, si immergono per assicurarsi benefici nell’intero ciclo delle reincarnazioni. La mostra si apre con un video che risulta essere la trovata meno emozionante dell’esposizione; dalle prime istantanee, poi, l’atmosfera del kumbha mela pervade l’intero spazio. Il graduale avvicinamento alle rive del Gange è uno spettacolo di espressioni umane, colori, tessuti e paesaggi, nonostante il fuoco sia sempre sul primo piano. Nelle acque si immergono milioni di fedeli, raccolti in gruppi di preghiera e singoli, abbigliati e svestiti.

Spicca la galleria dedicata ai sadhu, una sorta di sciamani-asceti che, con un’invidiabile calma, restituiscono alla camera il vero senso del gesto che stanno compiendo. Yogi, naga baba, santoni di ogni genere danno vita a spettacoli di stampo primitivista o sono assorti in contemplazione, mai mescolati con i semplici fedeli. Detengono un rapporto privilegiato con la divinità, viaggiano in gruppo e sono i primi ad avere diritto all’immersione nelle acque del fiume sacro. I loro occhi truccati dicono tutto. Trasmettono sapienza e pace dei sensi, coscienza di sé e reverenza incondizionata. Quando cala la notte, il rito diventa una silenziosa festa di luci e simboli religiosi: i vecchi riposano negli accampamenti di fortuna e i giovani continuano la celebrazione della cerimonia nel luogo che si configura come unico contatto concreto tra il mondo materiale e spirituale. Non mancano infine, a uno sguardo più attento, presenze “occidentali” di curiosi che si aggiungono a questo rito indu e ne rimangono, a ragione, travolti e incantati. Per amore o per paura? Non è dato saperlo a chi non vi partecipa, ma è comunque inevitabile avere un’idea personale di fronte agli occhi immortalati nelle gigantografie del Pigorini.

Fino al 15 novembre
Museo nazionale preistorico etnografico Pigorini
piazza Guglielmo Marconi 14, Roma
Info: www.pigorini.beniculturali.it