Fra monotonia e intenzionalità

Simon Dybbroe Møller riflette sul rapporto che intercorre tra lui e concetti contemporanei come monotonia e intenzionalità, progresso e razionalità, nella sua seconda personale all’interno degli spazi della galleria Francesca Minini. L’artista in questa esposizione, che si intitola “O“, si interroga su questioni enigmatiche alle quali è difficile dare una risposta: gli oggetti inventano sé stessi? Il numero è una cosa? Il suo lavoro si fonda su un profondo ragionamento intorno all’origine degli oggetti. Per esempio essi nascono per appagare un bisogno? per essere utili? o la loro comparsa è solamente accidentale? E qual è la loro funzione? Che pensieri ruotano attorno ad essi?

L’artista s’interroga poi sull’oggetto da un piano puramente astratto fino ad arrivare all’idea di numero, a far relazionare l’uomo con concetti appartenenti al nostro tempo. “O” è una riflessione su “Things and the thoughts that think them”. «”O” è l’”opening”.” O” è una pancia. “O” è volume – descrive Simon – “O” è una mostra che oscilla tra l’eccesso e il quasi nulla; tra consumo senza limite e indifferenza passiva». Nella prima sala è presente una scultura di grande formato realizzata all’interno di teche di plexiglass; inoltre ci sono alcune stampe montate sullo stesso materiale che sono il frutto dell’intervento dell’artista sul processo di stampa. L’immagine iniziale è una “O” scritta con vari font di colori differenti e di diverse dimensioni. Il file successivamente viene mandato in stampa e prima che l’immagine risulti completa, l’artista interrompe il processo. Nella seconda sala, invece, viene proiettato un video, “The drift”, dove si osservano gli interni della Grotta del Buontalenti nel Giardino di Boboli a Firenze. Ad accompagnare il video c’è un “voiceover” che legge gli elementi in vendita su Craigslist il medesimo giorno che Dybbroe Møller ha terminato il video, producendo un’atmosfera di straniamento.

«”O” è assenza di valore. Il video nella seconda sala della galleria, “The drift”, 2010 imita evidentemente un formato a noi conosciuto grazie a programmi della televisione pubblica sulla storia dell’arte, o forse grazie al suo più giovane e attuale parente, YouTube – racconta Simon – in breve: è didattico. Apparentemente edificante. Apparentemente illuminante. Contiene molte informazioni che difficilmente riuscirai a decodificare. In sostanza elenca e rappresenta delle cose. Cose in confusione, cose nel fango. Cose che sono tutto e niente».

Fino al 5 novembre
Galleria Francesca Minini
via Massimiano 25, Milano
Info: 0226924671; www.francescaminini.it