Galliani, l'infinito in un volto

Disegnare è un’arte, anzi è l’arte nella sua forma più originaria e profonda. Tracciare segni è costruire, rappresentare, suggerire, incantare, raccontare storie, indurre al pensiero fin dai primi antichissimi glifi. L’arte contemporanea si discosta da questa pratica e oggi, solitamente, cerca altri canali espressivi. Solo alcuni, resistenti e anacronisti, continuano a coltivarne il gusto, con maestria e capacità di sorprendere. Tra questi, uno dei pochi capace di meritare l’epiteto di “maestro” è Omar Galliani, emiliano classe 1954. Impegnato con mostre in Italia e all’estero, spiega i motivi della sua scelta artistica e le loro implicazioni. Negli anni ’80 è stato tra i primi ad aderire alla nuova figurazione.

Quali sono stati i percorsi intrapresi e le considerazioni fatte per maturare questa scelta? E oggi come si definirebbe?

«Alla fine degli anni ‘70 era difficile disegnare o dipingere senza essere visto come un’anomalia o, come è stato chiamato in seguito il movimento, un anacronista. Per capire bene quello che è successo in quegli anni bisognerebbe pensare che vivevo a Bologna, dove frequentavo l’accademia di Belle arti sotto l’eccellente insegnamento di Concetto Pozzati. La città, come l’Italia o il resto d’Europa, viveva la sua stagione concettuale ed erano poche le eccezioni a cavalletto. Mi avevano affascinato le opere di Peter Blake, Tom Phillips, Gunter Brus, Gérard Garouste, Chuk Close. In Italia avevo visto Domenico Gnoli, Claudio Cintoli e Carlo Maria Mariani ma anche Giulio Paolini, Nagasawa o Vettor Pisani e Gino De Dominicis. Per questa geografia e formazione credo sia restrittivo usare il termine figurativo nei confronti del mio lavoro. Amo gli artisti che sfuggono alle facili collocazioni orizzontali della critica d’arte, preferisco una visione verticale».

Quale eredità artistica e culturale le è più cara, la sorregge e la guida?

«La consapevolezza di partire da un dato originario, il disegno, che di per sé non è una grande novità ma che applicato oggi, nel 2010, a una nuova dimensione, sia spaziale che iconica, può sopravvivere al dominio del frammentario o dell’omologabile».

Il suo è un tratto mai subordinato alla scelta del colore. Quali sensazioni prova prima di disegnare, durante e dopo, davanti all’opera compiuta?
«Quando lavoro a una grande tavola trascorro diverse ore su pochi centimetri quadrati, in cui l’infitti-mento dei segni confonde la visione, mettendo in luce, oltre al minerale vivo della grafite, le vene del legno e i segni casuali fatti dalla mia mano per aprire i pori della superficie, poi mi allontano e vedo il soggetto, allora tutto si fonde in un corpo unico dove la materia assume lo stesso valore del soggetto».

Cosa l’affascina dell’atto di disegnare?
«Il tempo. Quello che trascorro in piedi mentre disegno e fa sì che la mia mano scorra in diagonale e il mio pensare circolare vaghi attorno alla stanza che mi contiene, contiene il cavalletto, la tavola, il soggetto, i libri, la musica, e tutto quello che si può contenere in un tempo breve, senza tempo».

Qual è la condizione indispensabile che fa di un dettaglio l’ispirazione per creare?
«Sono sempre stato attratto dal dettaglio, dal particolare. Nel 1977, nella mia prima personale allo studio G7 di Bologna, Rappresentazione di una rappresentazione, dilatavo a matita su un grande foglio di carta Fabriano il particolare della manica del celebre ritratto di Ludovico Ariosto dipinto da Tiziano, fino all’astrazione del tessuto e nelle labbra a matita dalla Dama con Ermellino di Leonardo cercavo nei pori del foglio l’impossibile riproduzione del dettaglio pittorico. In questa improbabile e consapevole sfida con il dato originario risiedeva la natura concettuale del mio lavoro».

Come vive il rapporto con l’osservatore? Che peso hanno per lei le opinioni di pubblico, critica, di addetti ai lavori e non?
«Non frequento gli addetti ai lavori, se possibile li evito. Trovo nella critica d’arte, salvo rare eccezioni, dei punti d’incontro con il mio lavoro. Il pubblico vede le mie opere, non sempre io vedo loro».

Nell’ultima mostra, a Lucca, ha avuto modo di interagire con il pubblico. Come è nata l’idea e come l’ha vissuta?
«Nel tempo delle provocazioni creative svelare un grande disegno mentre lo stai eseguendo dall’inizio alla fine, aiutato soltanto da una matita Faber Castell 9/b e dalla modella in posa per cinque giorni dalla mattina alla sera all’interno di una stanza del museo Lucca, dove normalmente le opere arrivano già incorniciate, mi è sembrata un’idea controcorrente. Il pubblico si è sempre chiesto come nasce un’opera, un mio disegno è stata l’occasione per scoprirlo».

Il dito di Cattelan e il teschio di Hirst: oggi l’arte contemporanea sembra ad ogni costo far discutere. Senza fare eccessivo rumore, è ancora possibile creare e raccontare storie?
«Come dicevo prima, oggi la vera novità non risiede più nella provocazione fine a se stessa, anche perché se apri Internet in questo istante e navighi per 5 minuti incontrerai realtà ben più forti o provocanti del dito di Cattelan o del teschio di Hirst. Quello che voglio dire è che l’arte certamente perde nel confronto con la quotidianità, in quanto per alcuni artisti basta spostare i termini del linguaggio grafico-iconico dei media per raggiungere l’opera. In certi casi il risultato e il rischio è di creare una vecchia barzelletta, anziché una nuova opera».

Come si relaziona al mercato dell’arte, alle sue regole e alle sue follie?

«Certamente il mercato segna e amplifica l’indice di gradimento per l’autore che raggiunge in asta determinate cifre. Non sempre questi risultati garantiscono una reale conferma del valore. La recente crisi economica ha dimostrato questa fragilità. Non ho l’ossessione dei listini o degli indici di gradimento. È fondamentale credere nella durata del lavoro».

Quale storia si cela dietro ai suoi volti? A quali pensieri invitano? Quali identità nascondono?
«Non ho mai pensato che i miei volti possano celare dei pensieri, semmai è chi guarda che poi pensa e si ritrova, o si sente osservato, dal disegno che ha davanti, creando un interessante cortocircuito psicologico. Le opere stabiliscono con noi degli strani meccanismi, non so se il vantaggio sia dell’opera o di chi la guarda».

C’è malinconia nelle sue figure: dovuta a cosa?

«Sarà dovuto alla presenza di Plutone nel mio segno zodiacale, lo Scorpione, a presagire l’ombra o quel velo di tristezza di cui mi chiede. Nella storia dell’arte se ci pensa bene non si ricorda un volto sorridente in un quadro importante. Recentemente ho visto il Bronzino a Firenze, l’unico ritratto che sorride è quello di un bambino di pochi mesi, il meno riuscito, si vede chiaramente che l’ha dipinto senza particolare entusiasmo»


E poi purezza e poesia, come si legano?

«Se lei guarda le mie opere noterà che la condizione della bellezza quasi sempre abita le stanze dell’inquietudine o della ferita. È questa condizione di “de-siderio” che anela alla purezza nella consapevolezza del suo improbabile raggiungimento».

Che ruolo svolge l’elemento spirituale?
«Sono agnostico! Cerco! In realtà mi sento un dilettante della spiritualità. Amo affidarmi all’opera e all’immagine incontrata casualmente in strada, quasi sempre non ha nulla di spirituale, poi nel suo divenire… Ho realizzato cicli di opere Mantra, Nuovi santi, dove il termine spirituale viene spontaneo, ma poi se osserva attentamente l’opera si accorgerà che le due parti distinte appartengono a geografie e mistiche distanti. Il desiderio è quello di unirle».

C’è un’opera che vorrebbe realizzare e non riesce a trovare forma e segno adeguati?

«Penso spesso a un grande roseto fatto interamente a matita su tavola, visto dall’alto, così che le rose da lontano sembrino costellazioni».

Quali sono i suoi prossimi progetti?

«Tra qualche mese una personale al Museo nazionale d’arte moderna del Cairo. Nel 2011, a Roma e Milano, due importanti istituzioni pubbliche hanno ospitato una mia personale, infine ancora la Cina con Pechino e Tianjin».

Sogni nel cassetto?
«L’inizio dei corsi della Prima scuola di eccellenza del disegno, un master che ho ideato con l’accademia di Belle arti di Carrara, la prima in Europa per la nuova sede di Pietrasanta».

L’ARTISTA
Insegnante di pittura

Omar Galliani è nato il 30 ottobre 1954 a Montecchio Emilia (Reggio Emilia), dove vive e lavora. Ha studiato all’accademia di Belle arti di Bologna e insegna pittura all’accademia di Carrara. Agli inizi degli anni Ottanta è stato esponente di spicco del gruppo degli Anacronisti e del Magico primario. Ha partecipato a tre edizioni della Biennale di Venezia e in quella del 1984 ha avuto una sala personale nella sezione Arte allo specchio. Sempre negli anni Ottanta ha partecipato alla biennale di San Paolo del Brasile e alla XII Biennale di Parigi. Ha esposto nei musei d’arte moderna di Tokyo, Kyoto, Nagasaki, Hiroshima, alla Hayward gallery di Londra, a due edizioni della Quadriennale di Roma, alla Galleria d’arte moderna di Bologna, alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, in quelle di Francoforte e Berlino. Nel 2010, cominciano i cicli di grandi mostre in Sud America: l’Istituto italiano de cultura di Bogotà (Colombia) inaugura la personale “21 debuios para una noche en Bogotà” e il Museo Borges Omar Galliani, Nocturno. In arrivo per il 2011, tra le altre, le grandi personali al Museo nazionale d’arte moderna del Cairo (Egitto), al Museo d’arte contemporanea di Tianjin (Cina), alla National gallery di Praga e in autunno al museo Poldi Pezzoli di Milano.