''ZimmerFrei'', sguardo mobile sul territorio

Tra nuove tecnologie e sperimentazione su vecchi formati, si muove da più di un decennio l’attività di “ZimmerFrei”, collettivo formato da Massimo Carozzi, Anna De Manincor e Anna Rispoli. A caratterizzare il loro lavoro l’indagine sul nuovo paesaggio contemporaneo, alla ricerca dell’umanità che lo abita e lo determina. Li conosciamo meglio in occasione della mostra Campo largo al Mambo di Bologna, prima personale in uno spazio museale dopo un progetto speciale alla Gnam di Roma e la mostra conclusiva di un periodo di residenza al Man di Nuoro. Per non tradire la coralità che sempre caratterizza il loro lavoro, decidono di rispondere come un sol uomo alle nostre domande.

Come nasce il vostro sodalizio e perché il nome “ZimmerFrei”?

«Ci siamo incontrati tra il 1995 e il 1997, Anna e Anna in un laboratorio di danza e voce, Massimo e Anna in un locale. Abbiamo lavorato per la prima volta insieme in un cortometraggio prodotto dal festival Ttv (Teatro televisione video) nel 1999 e non abbiamo più smesso. Il nome l’abbiamo sognato. Esterno notte, sul ciglio di una strada, brezza estiva. Luce intermittente bianca e verde sopra le nostre teste: l’insegna dice “zimmer frei”. Entriamo».

Siete considerati uno dei collettivi più innovativi e sperimentali del panorama artistico contemporaneo. Quanto è difficile raggiungere tale riconoscimento in Italia?
«In questi anni di lavoro collettivo abbiamo spesso trovato interlocutori e collaboratori che hanno creduto nel nostro progetto, ultimamente soprattutto all’estero. Non è stato semplice ritagliarsi uno spazio nell’ondivago contesto italiano con una proposta come la nostra, spesso antitetica rispetto alle aspettative. Ma lavorare in gruppo può portare molto lontano. Creare una personalità plurale è un processo lento e interessante, non è “psicologico”, non è un viaggio solitario e interiore, è piuttosto una traversata materiale tra le cose, tra le parole esplicitate e tra i segreti di cui nessuno di noi ha le chiavi. L’identità collettiva è più ingombrante e più leggera, è più difficile ma è più felice. Quando tutti sono stanchi c’è qualcuno che veglia, quando uno deraglia gli altri recuperano. Il lavoro di “ZimmerFrei” non è sovrapponibile a nessuno di noi, è un campo largo, una quarta identità indipendente che ci permette anche di cambiare».

Video, installazioni, ambienti sonori, fotografie, dispositivi ottici e luminosi: ognuno di questi mezzi assume un significato diverso in considerazione del progetto da realizzare. In che modo?

«Non consideriamo questi mezzi espressivi appartenenti a mondi diversi, sono dispositivi di fruizione che vengono di volta in volta offerti allo spettatore e spesso si combinano tra loro. Tutti i nostri lavori sono “time-based”, necessitano di un tempo di immersione. Anche le fotografie non stanno mai da sole, non sono fatte per stagliarsi nel vuoto e diventare icone, rimangono parte di una sequenza temporale, anche se vengono estrapolate conservano dei legami con quello che è fuori quadro o negli scatti successivi. Le immagini in serie disegnano una topografia dello sguardo su una fetta di territorio. Nei Giorni del cane non si tratta di quel pastore che si staglia sullo sfondo di una periferia urbana, ma del suo aiutante moldavo che non parla nessuna lingua, della baracca con l’orto di pomodori davanti, del loro caporale abruzzese che non scende mai dalla Mercedes e praticamente vive lì anche lui, con la roulotte per quando viene la moglie, e poi il fango, l’acqua calda nei tubi di gomma, la cucciolanei tubi di gomma, la cucciolata dei cani, gatti e galline ovunque, insieme ai sacchi di cemento, le pelli di pecora e le ruspe dei cantieri degli speculatori romani».

L’indagine sul paesaggio è il filo rosso che lega i vostri lavori.
«La pratica dei sopralluoghi è diventata una strategia per mettere a fuoco dei nuclei tematici. A Brooklyn, ad esempio, eravamo alla ricerca di un sito per una “fondazione” e siamo incappati in una visione proveniente da un tempo parallelo. Coney Island, una famiglia numerosa disseminata sulla spiaggia: alcuni padri in giacca e cappello, una madre giovane con un grappolo di bambini attaccati al collo, ragazzini con i visi dipinti come maschere e un’inquietante donna-jocker. Questo incontro casuale è diventato una serie fotografica, “Tomorrow is the question”, e da lì è iniziata una riflessione sulla trasmissione famigliare di sapere e destino. Ovviamente il paesaggio non esiste in sé, ma è una triangolazione da cui il soggetto che guarda non può mai essere assente. In questi “appostamenti” abbiamo scoperto di non essere ritrattisti, siamo paesaggisti. Le figure hanno per noi il potere di incorniciare una sezione di territorio e renderlo denso, emozionante. Non guardiamo loro, attraverso di loro guardiamo alle loro spalle: la linea che separa la città dall’oceano, il ponte che li unisce, le vestigia di un luna park, “Dreamland” al tramonto, i condomìni, la bandiera rossa conficcata sulla terra, il Novecento, il cielo, la luce».

La città è uno stimolo continuo che cercate di scandagliare: alla ricerca di cosa?

«Le città sono i luoghi in cui viviamo. Facciamo molti andirivieni, ad esempio Bologna-Copenhagen, Bruxelles-Hannover, ed è come se si moltiplicassero anche le nostre vite. Le città contengono versioni diverse di noi stessi e del nostro lavoro, stagioni, modi di sentire e di vedere. Ci attirano allo stesso modo i luoghi affollati e stratificati che i deserti, quelli severissimi di scala non umana. Le città viste dall’alto sono degli organismi, bestie acquattate a terra. Amiamo i luoghi con grande visibilità, da dove è possibile vedere la curvatura della terra. Sei in aereo e guardi giù, sei in volo sopra il pianeta: sorvoli una città e vedi la tua vita dall’alto. È una prospettiva sul mondo che permette di avere dei pensieri inusitati, intuizioni sintetiche che sarebbero impossibili una volta atterrati. Quando tocchi terra sei di nuovo te stesso e hai una vita sola, infiliamo una traiettoria dietro l’altra e perdiamo lo sguardo d’insieme, intenti come siamo a rispondere al suono dei nostri nomi, ai telefoni che squillano, alle richieste di tutti, tutte di assoluta priorità».

Che ruolo svolge il suono nei vostri lavori?

«Intendiamo il suono soprattutto come paesaggio sonoro, non commento o musica di accompagnamento. Il suono è uno strumento molto potente, ed è in grado di creare immagini. Molto spesso descriviamo qualcosa con termini visivi, ma l’abbiamo solo sentito. Un esperimento fondamentale sul potere acusmatico dei suoni è stato Spazio largo/Cinema interno, un film del 2002 di cui esiste solo il sonoro. Si ascolta in cuffia in completa immersione, con una mascherina sugli occhi. I rumori e i suoni materializzano oggetti, ambienti e atmosfere, le voci evocano i corpi, e mentre visualizziamo tutto questo mentalmente stiamo creando il nostro film interno. Per la parte musicale ci siamo spesso avvalsi della collaborazione di musicisti della scena sperimentale italiana – Stefano Pilia, Angela Baraldi, Manuel Giannini, Emidio Clementi, Vittoria Burattini, Valerio Tricoli, Andrea Belfi – che conosciamo e che stimiamo da tempo, chiedendo loro di produrre delle immagini attraverso il suono. Spesso delle musiche che abbiamo amato hanno dato il nome a nostri lavori: “Simple twist of fate” di Bob Dylan, ad esempio, “Tomorrow is the question” di Ornette Coleman è diventato il titolo della nostra ultima mostra a Roma e “By this river” di Brian Eno è diventata la sceneggiatura sotterranea di “Why we came”».

Nei vostri lavori emerge un punto di vista inedito sul presente e le sue contraddizioni: cosa è più urgente raccontare oggi?
«Tutto è urgente. A volte ci imbattiamo in oggetti che contengono intere storie della civiltà. Il frammento d’intercettazione telefonica di Senza titolo (di un dio minore) è un dramma shakespeariano e una tragicommedia all’italiana: padri e figli che si amano e non si rispettano, il potere che corrompe il paese e lo riduce a roba di qualcuno, aspirazioni che diventano la tua maledizione. Non sono storie esemplari quelle che ci attraggono, ma piuttosto figure banali e gloriose prese nel loro quotidiano. Ci siamo innamorati di tutte le persone che compaiono nei nostri film, eroi che innescano in noi un’adorazione senza rimedio, perché danno una chiave d’accesso a un pezzo di mondo altrimenti precluso. Quindi si tratta di imparare a raccontare ma anche a vivere».

Come vivete il rapporto con il pubblico?
«Nell’ideazione dei lavori non pensiamo a nessuno. Poi – scoperta meravigliosa per chi viene dalle arti performative – ci mescoliamo al pubblico e cerchiamo di assorbire le correnti che lo attraversano. Rispetto a dieci anni fa ci interessa molto la modalità di lavoro documentaria e grande ispirazione viene dall’organizzazione di eventi di arte pubblica, in cui invitiamo artisti che stimiamo a misurarsi con il bene comune dello spazio urbano. Cerchiamo modi per affrontare la mutazione del modello città, l’industrializzazione e la personificazione della geografia, la multicrisi identitaria degli italiani, la possibilità o meno di pronunciare ancora la parola futuro».

Campo largo è la prima mostra in un museo: un obiettivo importante dopo undici anni di carriera. Come raccontereste il percorso espositivo?
«Con il Mambo ne abbiamo parlato la prima volta due anni fa: non è una retrospettiva, ma anzi uno sguardo affilato sulla contemporaneità. Il primo ambiente è liscio, libero, solo luce, suono e una trama aerea che si proietta a terra, una radura prima di addentrarsi nei nostri percorsi e arrivare a un’ala che guarda fuori, con dei veri e propri fori che bucano lo spazio».
In particolare, la mostra è annunciata all’esterno da un’insegna al neon: un invito alla scoperta. All’ingresso, quattro monitor trasmettono altrettanti video della serie Panorama. Nell’ambiente centrale è sospesa Radura, un dispositivo che trattiene nelle sue maglie un paesaggio immaginario. Il percorso prosegue con alcuni lavori fotografici, la proiezione del film “Lkn confidential” e Senza titolo (di un dio minore).


LA MOSTRA

Campo largo
Per la prima mostra in uno spazio museale, “ZimmerFrei” presenta un gruppo di opere inedite e una selezione di lavori che testimoniano la multiforme attività del gruppo: video, installazioni, ambienti sonori, fotografie, dispositivi ottici e luminosi. Previsti tre momenti aperti al pubblico. Il primo sarà una tavola rotonda con gli artisti, il curatore Stefano Chiodi e Robert Storr (critico d’arte e artista). Il secondo vedrà un’apertura notturna della mostra all’insegna del racconto e dell’ascolto di musica contemporanea elettroacustica. Ad agosto sarà la volta di una serata di milonga. A cura di Stefano Chiodi, catalogo Edizioni Mambo. Fino al 28 agosto, Mambo, via Don Minzoni 14, Bologna. Info: 0516496611; www.mambo-bologna.org.

GLI ARTISTI
Tra Bologna e Bruxelles

“ZimmerFrei” è composto da Massimo Carozzi (Massa, 4 agosto 1967), Anna De Manincor (Trento, 18 agosto 1972) e Anna Rispoli (Bassano del Grappa, 20 agosto 1974). Nel 2006 il gruppo ha ideato e organizzato il progetto di residenza e produzione video “Neverending cinema/Cinema infinito” alla galleria Civica di Trento, invitando dodici artisti e gruppi a risiedere e produrre video nell’arco dei tre mesi estivi. Nel maggio 2005 ha organizzato “Sound facts”, primo forum internazionale e festival di “sound art” in Italia. Dal 2002 Anna De Manincor cura una selezione di video d’artista per il cinema Lumière, che si tiene ogni anno in occasione di Arte fiera. Al centro sociale Tpo-Euraquarium di Bologna ha organizzato le rassegne teatrali delle stagioni 2000-2001 e 2001-2002 e con il curatore Marco Altavilla le tre edizioni di “Space is the place”, trasformazioni e modulazioni ambientali. Le basi del gruppo sono a Bruxelles e Bologna, dove il collettivo si è formato nel 2000.