Una guerra personale

Tema di costante attualità sui telegiornali nazionali, motivo di discussione politica e posizionamento strategico globale nella spartizione dei poteri e delle risorse, la guerra è un affare di stato ma ancor prima di umanità. Ed è facile cadere in triti clichè, accogliendone le difese o mostrandone il lato più vivo con il classico reportage documentaristico. Ormai con le immagini in libertà di cui il web ci rifornisce, spiare un popolo che soffre diventa un passatempo informativo a cui spesso si dedica un’attenzione di rispetto senza possibilità d’iniziativa.

Non sono dunque tanto i nuovi lavori fotografici dell’americano Eugene Richards che immortalano la drammatica situazione irachena di soldati statunitensi reduci dagli orrori della guerra, quanto la sua definitiva presa di coscienza e quindi di posizione. Stufo dell’indifferenza che l’aspetto bellico generava, stanco della questione economica su cui discutevano Bush e il suo governo, Richards è partito per l’Iraq. Da guerra di religione a guerra civile, la scarnificazione tribale conta cifre ancora poco precise, stimabili tra i 4.188 morti statunitensi e 30mila iracheni.

A quasi un anno dal cessate il fuoco voluto dal nuovo governo Obama, Richards mostra i suoi scatti in bianco e nero e di assoluto reportage documentaristico: la guerra è personale. Da qui il titolo della mostra e del libro presentato alla 10b photography di Roma, aperta fino al 15 luglio. "War is personal" non espone quanto è avvenuto nel campo di battaglia ma immortala quanto è avvenuto dopo: nel contesto famigliare più infimo che è l’antro di una bara fino a un militare con in braccio il proprio bimbo, gli scatti sono la testimonianza di un dramma che può toccare chiunque e che una volta scatenato invade prima di tutto la vita privata. La propria intimità. Non siamo tanto lontani dal ricordare le parole di Ungaretti e prima ancora di Foscolo, colte nella complessità bellica e politica del proprio tempo: la Veglia della propria patria come unico grido di una battaglia persa. Tuttavia nelle immagini di Richards c’è un velo di speranza, che è la stessa che lo ha portato a intraprendere questo percorso di vita e d’immagini. Lo stesso velo che accompagna alcune sue pubblicazioni precedenti, come "Exploding into life" (1986), che racconta la lotta contro il cancro della sua prima moglie o "Cocaine true, cocaine blue" (1994), un’indagine sull’impatto delle droghe pesanti sulle città americane.

Eugene Richards è nato a Dorchester, nel Massachusetts, Stati Uniti. Laureato in Letteratura inglese e giornalismo, ha studiato poi fotografia. Molti sono i riconoscimenti ricevuti da Richards, tra cui il Guggenheim fellowiship, il National endowment for the arts, il W. Eugene Smith memorial award, il National geographic magazine grant for photography, il Getty images grant for editorial photography, e ultimamente l’Amnesty international media award. Il suo documentario "But, the day came" – che racconta l’ingresso di un anziano contadino del Nebraska in un ospizio – ha ricevuto il premio come miglior cortometraggio al "Full frame documentary film festival".

Fino al 15 luglio
10b photography
Via San Lorenzo da Brindisi 10b, Roma
Info: 0670306913

Articoli correlati